Cambogia, se Dio vuole

‘Gli uomini fanno progetti e gli dei sorridono’ scrive Mair Shalev. Niente di nuovo per i siciliani, talmente abituati alle ineluttabili risatine del destino da aver del tutto abolito il futuro dalla coniugazione dei verbi in cambio di un ben più prudente ‘su ci campamu’+ presente o, ancor meglio, ‘su Diu voli’ + presente (perché non è che è sempre colpa della morte).
Dunque, se Dio vuole fra qualche settimana vado in Cambogia.
Come sempre non è colpa mia. A me, in questi progetti che fanno sorridere gli dei, mi mettono sempre in mezzo. “Andiamo da qualche parte in Sud-Est asiatico”, mi dice il colpevole di turno. Ci penso su, e subito è chiaro che deve essere la Cambogia.
Non solo per le suggestioni che un nome come Angkor Wat sono in grado di dare ad ognuno di noi. No; quel piccolo paese incastrato fra Thailandia, Vietnam e Laos è qualcosa che desidero davvero conoscere. Sento che, nelle storie che si raccontano laggiù, si possa comprendere la terribile natura dell’Uomo e il suo destino.

Angela Terzani Staude, moglie del giornalista Tiziano Terzani, ha curato una raccolta postuma dei dispacci del marito dalla Cambogia fra il 1973 e il 1996 intitolata Fantasmi.
Scrive nella lunga introduzione:

La Cambogia è stata un grande amore di Tiziano e come ogni amore lo ha fatto anche soffrire. Gli anni in cui la frequenta sono quelli centrali della sua vita e le vicende che la travolgono diventeranno per lui emblematiche del male che la politica può fare all’uomo. […] Vede nelle rovine dei templi di Angkor la grandezza dell’uomo e vede la sua barbarie durante la guerra civile. Con i Khmer Rossi il sogno socialista con cui era partito per l’Asia si trasforma in un incubo.

Pol Pot: lessi per caso pochi anni fa per la prima volta il nome di quell’incubo. Uno di quei nomi che una persona nata come me a metà degli anni ’80 può tranquillamente ignorare per tutta la sua vita: troppo giovani per averne mai sentito parlare nelle notizie di attualità, ma non sufficientemente giovani affinché i nostri programmi scolastici includessero ciò è successo dopo il 1946. Così per noi il Vietnam è qualcosa che succede nei film; per carità sappiamo che è un fatto storico, un inciampo della guerra fredda forse, un conflitto che ha visto contrapporsi americani e qualche comunista (forse erano russi, no, c’erano i Viet Cong, chiunque essi fossero). E la Cambogia? E Pol Pot, la cui rivoluzione ha in quattro anni portato la morte di un Cambogiano su tre, che c’entra?
C’erano 7 milioni di Cambogiani prima che gli americani sconfinassero con il loro disastro vietnamita nei primi anni ’70. Erano già 6 milioni quando gli americani fuggirono da Phnom Penh assediata, lasciando definitivamente la Cambogia in mano ai Khmer Rossi. Era il 1975. Poi una cortina di silenzio cadde su tutto il paese. Nessuna notizia, a parte le testimonianze di pochi che riuscivano a fuggire dai campi collettivi. Ma era difficile credere a quello che raccontavano quegli uomini e quelle donne che avevano perfino paura dei bambini, perché nella ‘Kampuchea Democratica’ i bambini, cittadini perfetti non traviati dai ricordi né da una qualsivoglia cultura, erano i più terribili e spietati guardiani del regime.

A Gennaio 1979 il Vietnam rovesciò il regime dei Khmer rossi instaurando un governo fantoccio che le nazioni unite non riconobbero (pur di non dare credito a un governo instaurato con una invasione, le organizzazioni internazionali continuarono a riconoscere i Khmer rossi, nonostante tutto, come legittimi governanti della Cambogia per parecchi anni, anche se di fatto essi erano di nuovo dei guerriglieri nascosti).

Nel ’79 i Cambogiani erano 4 milioni. A Phnom Penh in otto anni gli abitanti erano scesi da 450 mila a 30 mila.
Per un po’ di tempo la popolazione non crebbe più: le donne erano diventate sterili, i più deboli continuavano a morire.
Trentacinque anni dopo, la Cambogia ha circa 13 milioni di abitanti. Praticamente è un popolo nuovo: quasi nessuno resta che possa ricordare cosa fosse questo stupendo paese fino alla metà degli anni ’60, lo testimonia il fatto, come fa notare Antoine de Maximy in un suo documentario, che quasi nessuno sa più parlare il francese, lingua ufficiale fino a 50 anni fa.

Ecco il quello che cerco di comprendere: la scommessa di ricreare una memoria per tornare a vivere. Ripartire dalla bellezza di Angkor per annullare gli effetti di un progetto terribile per cui nessun dio mai avrebbe sorriso.

E vedere se Dio la vuole, la Cambogia.

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PS: L’immagine di copertina di questo post, per ovvie ragioni di continuità temporale, non può essere mia. Si tratta di un’opera di Kenro Izu. Le mie foto arrivano, su ci campamu. 

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