Cantico della mia scarpa sinistra

Diceva Paolo Rumiz, o era Ryszard Kapuscinski, fate voi, che la cosa più importante per uno scrittore sono le sue scarpe. Non perché siano una fasciatura che, almeno fisiologicamente, impedisce di scrivere con i piedi, quanto piuttosto perché, una volta inforcate, ti permettono di levarti dai coglioni della tua vita, allontanarti un po’, vedere da un altro punto, dalla cima di una montagna, dall’ombra di un bosco, nello specchietto di un taxi, come sei fatto, che colore ha ciò che fai, che nome ha il profumo della persona che ami. Metti le scarpe e ricorda chi sei, magari ridendoci su, se riesci. Sono le scarpe ad iniziare ogni racconto.
Una delle mie, ad esempio, la gemella sinistra di una vecchia coppia di pesanti scarponi da trekking, a mezzogiorno del Nove Marzo, sulla terra battuta della stazione degli autobus di Tbilisi, in Georgia, d’improvviso iniziò a parlare.

9 Marzo 2017 – Ore 12

Sulla polvere di una città ai piedi delle montagne più alte d’Europa mi ritrovo a posare i piedi con lo stile di un sub che ha indossato troppo presto le pinne. La suola dello scarpone sinistro si è scollata sul davanti, iniziando dapprima a mimare un sorriso accennato che in pochi minuti si è trasformato in una bocca dalla mascella slogata che raccoglie ogni sassolino della stazione degli autobus di Tbilisi. Cerchiamo il minibus per l’antica capitale Mtskheta. Ognuno dei mezzi parcheggiati senza un criterio che possa dirsi logico ha chiaramente esposto sul lunotto un grosso cartello con la sua destinazione. Chiaramente… in georgiano, una lingua in cui ogni segno dell’alfabeto ricorda gli scarabocchi che si fanno per vedere se una penna ha inchiostro. Cerchiamo disperatamente di mandar giù a memoria il nome della città così come riportato sulla guida (un segno di derivata parziale, una beta a testa in giù, una specie di “b” con una messa in piega…) ma niente da fare: nessuno dei cartelli somiglia allo scarabocchio sulla guida. La speranza di ritrovare qualche scritta traslitterata in cirillico (davvero ci siamo ridotti così?) è vana; l’Unione Sovietica se ne è andata da tempo, almeno dalla stazione degli autobus di Tbilisi. Credo che la mia scarpa mi stia urlando qualcosa, con quelle che ormai sono spaventose fauci che si estendono per metà del suo corpo. Forse lei sa dove andare, è il suo mestiere del resto. Ma il chiasso in una lingua sconosciuta copre tutto, e decido di tapparle la bocca per un po’ comprando un tubetto di colla miracolosa ed altamente tossica in una delle tante bancarelle della stazione che qui, come in tutto il pezzo di mondo che un tempo fu Via della Seta, è anche un mercato. Si parte e si arriva per riempire sacche, che altro? Il mercante ha l’aria di chi ha tutto nei suoi due metri quadri di bancarella. Ha anche risposte alle domande dei viaggiatori e, chiedendoci percorrere la direttrice del suo dito, ci conduce al minibus per Mtskheta, col motore già caldo.

Ore 15

Se dai le spalle alla sacralità inumana della Cattedrale di Svetitskhoveli, la cui mole fa pensare che un tempo Mtskheta fosse ben più di queste poche strade tenute come una bomboniera, alzando lo sguardo vedrai la chiesa di Jvari poggiata da un nuovo dio sulla cima di una collina, nel luogo esatto in cui per la prima volta la Georgia fu cristiana. Molto più vicino, due metri a sinistra del tuo stomaco, una lavagnetta con su scritto “Beer, Sandwiches, Cold drinks” ti ricorderà invece che hai saltato il pranzo riportandoti, come è giusto, su questa terra, almeno per un po’.

 

L’omone dall’aspetto indeciso fra il bonario e il criminale, intento a farsi trapanare le orecchie dal ronzio di un frigo per gelati, sembra non credere che qualcuno stia davvero pensando di mangiare proprio da lui. Inventa un sorriso per l’occasione, ci invita ad accomodarci in uno dei tre tavolini di plastica che riempiono quella che sembra essere la veranda di casa sua (scoprirò, entrando nel bagno di fianco alla sua camera da letto, che è davvero casa sua). Ci chiede nell’inglese internazionale, quello fatto di poche parole non connesse in frasi compiute se non tramite gesti, se vogliamo mangiare o soltanto bere. Nella stessa lingua chiediamo una birra e un panino. L’omone annuisce e senza altri gesti interrogativi si chiude in cucina; un fare “da oste” che per le nostre dinamiche suona come una potente rivoluzione culturale.
A fare la stessa ordinazione dalle nostri parti sarebbe iniziata la litania della carta: “Ecco la lista degli allergeni. Che sandwich? Veg? Carne? Abbiamo Black Angus, maialino nero o pollo bianco ma allevato in un costante stato di estatica felicità. Con che grano lo vuoi il pane? Possiamo mettere una confettura di cipolle cremisi, una riduzione di mosto di uve blend o un olio alle erbe da pascolo di stagione. Come birra abbiamo delle belghe prodotte con sapienza millenaria da monaci trappisti oppure delle ottime artigianali prodotte con trimestrale sapienza da un gruppo di laureati in filosofia a chilometro zero: hanno tutte lo stesso sapore, ma l’etichetta è curata da un grafico confiscato alla mafia”.
No, l’oste ti siede, ti porta una bottiglia con su scritto birra e, prima o poi, con i tempi del suo cucinino da roulotte, ci consegna una coppia di fette di pane separate da una polpettona di animale e mezza piantina di prezzemolo (quantità tale da rendere serio il rischio di aborto, ragion per cui i sandwich sono un cibo per soli uomini da queste parti). Difficile da spiegare il fatto che addento uno dei pranzi peggiori della mia vita con la felicità di chi sta mangiando leggerezza allo stato puro, lo stato d’animo di un pellegrino che sta per perdere le scarpe, ma buttando giù ciò che l’oste aveva in pentola sente che tutto andrà bene perché la meta è vicina, quale che sia.
Se mi giro mentre mastico un boccone sproporzionato la vedo: è in cima alla collina che ci fa ombra. A pochi metri da noi, l’oste la intuisce, getta anche lui lo sguardo all’orizzonte e mima di non preoccuparci; c’è un gesto solo che significa “finite con calma, ci penso io a chiamare un amico che vi porterà fin lassù”.
“Your name?”, mi chiede staccando la chiamata. Vuole anche il cognome, chissà perché, e poi ride. Ritorna pochi minuti dopo con in mano un foglietto, ma non è il conto, è il mio nome scritto in georgiano. “Sgisgi Capello” è ciò che riesce a produrre con uno sforzo immane, mentre punta un dito al foglio, poi di nuovo verso di me, ripetendo la sequenza due, tre, quattro volte, perché sia chiaro che quel foglietto sono io. Allora non mi resta che mettermi fra due pagine della guida, nell’attesa che finito tutto, sopravvissuto al sandwich, a questo e ad altri viaggi, un giorno io possa per caso riscoprirmi.

Ore 19

Il tramonto è una lama nella ferita della terra dentro cui sorge il centro di Tbilisi, una geometria illogica di case colorate che scivolano con pendenze paurose verso il fondo del fiume Kura. Sul punto più alto della città, appena sopra le nostre teste, la statua gigante di una non meglio precisata dea madre-guerriera-patria benedice con il suo sorriso primitivo la fine di un altro giorno.

Rientrando verso casa la sento di nuovo, la scarpa sinistra dalla suola penzolante ormai quasi del tutto indipendente. La colla magica ha resistito fino al calar del sole, come in una fiaba delle mille e una notte, ma adesso non c’è più niente da fare: l’uomo deve tornare a fare affidamento sulle sue sole possibilità. E’ tardi per andare in giro alla ricerca di un negozio e il giovane padrone della guest house in cui alloggiamo, avvisato del dramma in corso, inizia un misterioso e convulso giro di telefonate, scomoda l’equivalente locale della ConfCommercio, mi trova un negozio aperto fino a tardi (lontanissimo) e un taxi per raggiungerlo (costosissimo), scongiurando così il rischio di farmi raggiungere Mestia, 2000 metri s.l.m. nel bel mezzo della catena del Caucaso, a piedi nudi.
Così i vecchi scarponi da trekking che mi hanno portato in Georgia, in quella che per i Greci era la Colchide, il “lontano da casa” per definizione, sono rimasti lì, lasciati in una guest house di Tbilisi a godersi il loro meritato riposo. In cambio porto con me un foglietto su cui dicono sia scarabocchiato il mio nome e il motivo stesso per cui esistono le scarpe: ricorda chi sei, ma fallo in una lingua che non conosci.

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