Dieci minuti più a Est

Kep, Cambogia. Alberghetti in riva al mare, qualche turista che la sera sembra svanire nel nulla, una strada sulla scogliera con ristoratori che preparano granchi al pepe per un paio di dollari. La raggiungiamo con un bus all’alba da Phnom Penh fino a Kampot, e da lì con un’altra mezz’ora di massaggi stradali a bordo di un tuc-tuc che procede grazie al coraggio di mezzo pistone, lasciando sul percorso sterrato una scia di goccioline d’acqua di radiatore.
Noleggiamo due scooter per sette dollari con la scusa di cercare qualche spiaggia fuori mano e qualche coltivatore di pepe alla mano da cui fare scorta. L’idea segreta, lo sappiamo tutti e tre, io, il collega-da-viaggio e il dj-vagabondo, è invece non trovare nulla di tutto ciò; perderci, partire per qualcosa, trovare in qualcos’altro il motivo di tutto.
Appena oltre i duecento metri di litoranea che segnano i confini di Kep le strade si fanno sentieri, è la regola in tutta la Cambogia: l’asfalto è un lusso da città. Terra battuta e profondi solchi irregolari al centro della carreggiata che tradiscono il fatto che, più che strade, stiamo percorrendo torrenti in secca. Il moto naturale dei nostri scooter è il zig-zag, la caduta di sella una costante. In pochi minuti la polvere rossa alzata dai nostri mezzi e dalle auto che ogni tanto ci sfiorano alla velocità di chi sa dove sta andando, ci trasforma in cavalieri di terracotta e mette fuori uso la macchina fotografica per un po’. Tagliamo le colline a Nord, ci infiliamo in una fitta giungla che di tanto in tanto regala un po’ di sé a filari regolari di arbusti verdi dalle bacche a grappoli. Il pepe della regione di Kampot è famoso in tutto il mondo: dicono sia la ricchezza del luogo. Ma se è vero, è chiaro che tutta questa ricchezza se ne sta ben nascosta nelle tasche di pochissimi, chissà dove.
Sappiamo che in zona, rientrando verso la costa, dovrebbero esserci una grotta e un tempietto di cui non ricordiamo il nome (non abbiamo neanche chiaro se siano vicini fra loro). Prima di uscire abbiamo dato un’occhiata alla mappa, che risulterà puntualmente disattesa; così l’unica cosa che riusciamo a raggiungere è il tramonto, mentre facciamo avanti e indietro attorno a un incrocio delimitato da una baracca ad ogni angolo, finché non ci sorprende il caratteraccio del Tropico del Cancro: in pochi minuti il cielo dorato si copre e si riempie di una pioggia calda che ci esplode sopra le teste. Scopriamo che una delle quattro casette da cui passiamo e ripassiamo è un punto di ritrovo per la gente del posto. Troviamo così riparo sotto una tettoia di lamiera. Il tictic schizofrenico della pioggia sul metallo copre quasi del tutto la voce della radio, in una lingua cantilenata che non avremmo comunque compreso. L’unico altro rumore è il ronzio eroico di un refrigeratore della Coca-Cola, di quelli di cui puoi indovinare l’età dalle fattezze del logo (questo deve essere più vecchio di me). Due giovani donne, in un silenzio quasi impaurito, non ci tolgono gli occhi di dosso pur senza guardarci direttamente. Anche i quattro uomini al tavolo non dicono nulla; se intercettano il nostro sguardo rispondono con un sorriso cortese (le donne no, non si possono permettere una tale libertà, forse), ma pare sempre un incontro casuale, fastidiosamente non voluto. Il loro silenzio è di un’altra specie: sembra di intuirvi una regola ancestrale che inibisce le chiacchiere umane quando la pioggia parla.
Spiove in pochi minuti. Rinforchiamo le selle inzuppate e indoviniamo la strada per la costa, mentre alle nostre spalle sembra tornare la vita al ritmo di sempre.
Giunti in riva pieghiamo verso sinistra, in direzione opposta alla città, verso Est. Siamo a pochi chilometri dal confine con il Vietnam. Davanti a noi, inatteso, si apre un largo sterrato che forse a breve sarà il vialone d’accesso a qualche resort. Per ora porta a niente. Dopo il niente, dieci minuti e un paio di cadute di sella più a est, alcune baracche dividono il mare dai campi di riso. Il sole è già basso: il lavoro è finito e solo i bambini restano in giro. Giocano ai tuffi da un moletto marcio, si attardano ad assorbire un’acqua miracolosa che ha raccolto tutto il sole del giorno appena trascorso. Ci vuole poco a diventare il loro nuovo gioco. Nessuno di loro sembra aver visto una macchina fotografica: nessuno ne ha paura, o timore, o quella insostenibile venerazione che ha reso la fotografia inadatta alla narrazione dalle nostre parti. E’ bello indovinare se stessi di cinque secondi fa sul display, prendere in giro la faccia che si portano appresso e che non vedono mai. Poi di nuovo, provando una faccia nuova, imitando qualche grande o chiamando a raccolta gli amici.
Mi viene in mente una situazione simile, vissuta a Kathmandu due anni e mezzo prima. Allora bastò sbagliare una svolta a sinistra rispetto al percorso suggerito dalla guida, per ritrovarsi di nuovo di fronte alla purezza del mondo della preistoria dell’immagine.
Penso quindi che non c’è da andare lontano, ma semplicemente un po’ più in là, uscire dai bordi più o meno delineati del nostro mondo: sbagliare una svolta, un’uscita autostradale, spostarsi dieci minuti più a Est.
Scompare il Sole dentro il golfo del Siam. Percorriamo in fretta lo stradone verso la città prima che il buio ingoi tutto. Lungo la strada incrociamo i motorini dei lavoratori che si sono attardati e rientrano verso il loro villaggio. Ci domandiamo per quale motivo quegli incoscienti non tengano i fari accesi. Le risposte ci ronzano letteralmente attorno. Le nostre luci fanno da ritrovo per migliaia di zanzare che si suicidano contro di noi come piccoli proiettili. Acceleriamo, questa volta per evitare che gli insetti ci pungano (è utile nei paesi in cui la malaria è endemica). Forse ci riusciamo, ma gli impatti kamikaze ci lasciano comunque abbondanti segni.
La sera, la frazione ipocondriaca di me inizia a sentire l’arrivo della febbre, il resto sta bene e trova pace nel mare nero, su cielo nero. Dicono che qui l’acqua sia abitata da protozoi bioluminescenti, che se scossi emettono una debole luce blu. Ma per ora trovo giusto lasciare in pace anche loro.
Penso ai popoli senza immagine e al finale dell’Odissea, che non si trova alla fine dell’opera, così come l’inizio non si trova all’inizio, ma ben nascosto a metà, fra le parole dell’anima di Tiresia (all’epoca, quando la narrazione era più di una processione verso il finale, lo spoiler non era ancora considerato un crimine). Prevista la morte dei compagni, il rientro a Itaca, il sangue dei Proci e le labbra di Penelope, il veggente racconta a Ulisse di un nuovo viaggio: partirà ancora una volta, con un remo sulla spalla, alla ricerca di un luogo in cui la gente non conosca il mare, non usi il sale in cucina (non credo però che Omero avesse in mente la Germania), dove gli uomini non sappiano a cosa serva quell’oggetto che lo straniero porta con sé. Solo lì, al confine di un paese sconosciuto, piantato il remo a terra, Ulisse avrebbe finalmente fatto pace con Poseidone, dio dei profughi, e il pellegrino sarebbe finalmente diventato un viaggiatore.

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