Discontinuità Orientale Sicula – Una breve guida

Magari, a volersi sforzare in compiti inutili, si può dare un tempo alla nostra infanzia, giocare a definirne i limiti, sfumare o ritagliare in modo netto, a nostro piacimento, il momento in cui smettiamo di essere bimbi per diventare chissà cosa. A ricordarmi il mio essere bambino, la prima cosa che mi viene in mente è che non avevo idea di come fosse fatto il mondo. Intendo proprio fisicamente: per un bimbo esiste casa e poco altro attorno; c’è un cerchio che non ha una vera misura e non ha oltre: lì dentro è tutto perfetto, non può essere altrimenti. Il perimetro della mia infanzia era a quaranta minuti di macchina da Ragusa e si chiamava Grammichele, casa dei miei zii e dei miei cugini. Esisteva solo di Domenica e per le feste comandate. In quelle occasioni esisteva addirittura per più di 24 ore, anche un paio di giorni. Si percorreva un po’ di strada poi , a destra, consueto e necessario, lo svincolo. Fine del cerchio. Certo che vedevo la strada continuare oltre quella curva che si riproponeva uguale ogni Domenica, ma era un’altra storia. Non potevo sapere sarebbe stata la mia.

Con una media di due volte a settimana negli ultimi tredici anni, più qualche sparuto andirivieni negli anni precedenti, fanno circa millecinquecento viaggi sulla stessa strada: la metà da Ragusa verso Catania, l’altra metà…ve lo lascio immaginare. Della strada che più di ogni altra ho percorso in vita mia, che conosco curva per curva, buca per buca, striscia continua per striscia continua, non ho nessuna fotografia. Solo una infinità di immagini. C’è un lungo tratto, odioso a modo suo, che inizia proprio al confine della mia infanzia, quando la Strada Statale 514 devia dalla sua direttrice Sud-Nord per piegare in direzione NordEst. Cambia nome in SS194, si posa sulla dorsale dei monti Iblei e, stando bene attenta a non scivolarne giù, cerca senza troppo sforzo di trovare la via più breve per il mare. Dalle parti di Lentini poi ci ripensa e riprende ad andare verso Nord, puntando in direzione di quel grosso vulcano solitario. A questa cadenza di inganno, variazione muta fra Grammichele e Lentini, ho pure dato un nome, nel corso delle mie 676 settimane: Discontinuità Orientale Sicula.
Superata l’uscita di Grammichele e la stretta curva a destra che segnava il limes della mia esistenza bambina, si apre un viadotto rettilineo dedicato al sorpasso selvaggio ambo i sensi: chi va verso Catania sa che è l’ultima occasione per sorpassare il camion davanti (ce ne è sempre uno). Chi viene nel verso opposto è stremato dai suddetti svariati chilometri di doppia striscia continua: per lui quei duecento metri di tratteggio sono l’immagine di una dea che a lasciarla fuggire si fa peccato mortale. Allo sguardo di quanti decidessero di sopravvivere, passata una stazione di servizio da decenni in fase di singhiozzante abbandono, appare Vizzini Scalo, succursale a pelo di strada della più timida ed arroccata Vizzini, forse paese natale di Verga. La stessa wikipedia ne sancisce l’importanza strategica portando come prima frase quanto dista da altre città, qualora ci siate finiti per errore. Vizzini Scalo invece ha l’aria di un trading post del New Mexico; conta due edifici, tre dei quali sono ristoranti. In uno di questi si mangia decentemente, ma non ricordo in quale. Curva a sinistra, curva a destra, incrocio per Militello e Scordia e la pacata 514, che fino a quel momento ti ha raccontato della valle dell’Ippari, immensa, che dorme su tremila anni di storia, e delle contrade di Chiaramonte Gulfi, che custodiscono il segreto dell’olio più buono del mondo, confluisce sulla 194, strada di tutt’altra pasta. Lei, sorella meno placida, i monti Iblei li ha tagliati nel punto più difficile; ha valicato i mille metri del Monte Lauro, da cui forse è emersa mezza Sicilia, e prima ancora ha percorso su e giù la stretta valle del fiume Irminio. Come a volersi adeguare, il paesaggio si trasforma. Se c’è da piovere, pioverà. Se ha da nevicare da qualche parte in questo vertice in giù di Trinacria, accadrà qua. E la nebbia, trecento giorni l’anno. Ecco la discontinuità Orientale Sicula: non importa che tempo faccia a Ragusa; non potrai usarlo per fare previsioni su Catania, dacché in mezzo c’è questo momento di pazzia climatica che zittisce ogni esperto e azzera ogni sensata opinione.

Per un po’ di chilometri la discontinuità diventa anche geografica: ti viene negata la vista da ogni lato per un tempo sufficiente a farti dimenticare in quale parte del mondo ti trovi. Se non c’è la nebbia, davanti a te hai comunque un mezzo pesante, o una curva a pochi metri, uguale a quella che hai appena lasciato alle tue spalle; ai lati: pietra nuda, muri gialli rigati di terra bagnata più alti da un lato più bassi dall’altro, paziente frutto del lavoro di abili taglia-montagne che hanno segato in due queste colline per farci passare in mezzo il serpente indeciso. Se piove come si deve, i muri diventano fiumi verticali di acqua sporca e ti sembra di essere Mosè in mezzo al Mar Rosso, con le dodici tribù di Israele stipate su altrettanti autoarticolati alle tue spalle (se ti va bene).
Nel mezzo di questo Esodo, per una parentesi aperta lunga quattromila metri, la strada ti frega: diventa bellissima.
Prima si apre a destra sulla valle del torrente Resecone, così fitta di querce da sughero da farti restare con quel dubbio geografico. Cinque minuti fa eri in Sicilia, adesso sei perso da qualche parte nell’Europa più sconosciuta. Nei pomeriggi di inverno, guardando al dirupo oltre le pietre nere cadute di quella che fu una masseria, scopri da dove viene tutta la nebbia del mondo. Sei il viandante del dipinto di Friedrich, ma la nebbia non è un mare, è una cascata al contrario, che toglie acqua alla terra e la regala al cielo.
Poi si apre anche la sinistra, sulle colline che diventano seni dolci e poi la promessa della pianura. Un orizzonte che è il riassunto del mondo ti mostra prima le curve, poi la linea storta della piana di Catania, il triangolo imperfetto e ogni giorno diverso dell’Etna, le rughe delle vie di Catania e il mare, maledetto, unità di misura della perfezione.
Percorrila nel tardo pomeriggio, quando ha da poco smesso di piovere, il cielo davanti a te è scuro, ma alle tue spalle il Sole a te invisibile ha trovato un varco, svela il volume prepotente di ogni cosa e prodigiosamente illumina ricordi che non dovresti possedere.
A volte ad esempio ho rivisto gli occhi della mia sposa, il giorno in cui sono tornato dalla guerra, con in tasca soldi a sufficienza per comprare un mulo. Ho sentito il profumo della brace che si estingue, alla fine di serate allegre passate a casa di qualche compare, o il rumore del mio coltello che annega sul cuore di un pane di pasta dura, all’ombra di un albero solitario. Lì ho contato le pecore, i grilli, le stelle e i giorni andati, nelle estati vuote in attesa che la natura riprendesse a vivere e noi a lavorare. Ho ricordato la mia gola cantare serenate per la più bella del mondo e poi pronunciare paternostri mandati giù sbagliati a memoria e suppliche a questo o quell’uomo col cappello largo per campare ora un giorno di più, ora un giorno meglio. Di tanto in tanto mi sono pure io annodato una cravatta, per sentirmi un altro…

Ma non abituiamoci: il sipario si chiude presto e veniamo ancora una volta inghiottiti dalle ferite sulle colline. Siamo a Francofonte. A guardare questo viaggio dall’alto diremmo che la cosa più naturale sarebbe andare dritti e lasciarsi il paese alla propria destra. Invece no: passato un bivio dal nome evocativo (contrada Via del Re) pieghiamo a destra e costeggiamo Francofonte dal lato sbagliato, gli regaliamo una sgangherata tangenziale con più accessi del Grande Raccordo Anulare e cavalcavia che ci suggeriscono di votare Democrazia Cristiana (nessuno osi dire loro che i tempi sono cambiati). Stiamo per arrivare in pianura e tutto intorno si riempie di aranceti. Il contrappasso è che, tutto davanti a noi si riempie di camioncini incredibilmente lenti e insuperabili, stipati al loro limite fisico di cassette d’arance. Non capiremmo nulla a liquidare sbrigativamente il fenomeno come “economia della zona basata sulla coltivazione degli agrumi”. La frutticoltura, qui come nel resto del Sud Italia, non “frutta” più niente. L’arancia, invece, non è frutto; è moneta antica, merce di scambio, promessa di amicizia, termometro sanguigno del potere personale, dimora aspra di ciò che siamo, ricordi comodamente già fatti a spicchi, cattivi pensieri da sputare via. Poco importa quanto convenga alle tasche.

Da qui fino a Lentini è un concatenarsi di lunghi rettilinei che affettano la piana e stabiliscono di chi è questo campo (da queste parti si chiamano col bel nome di “giardini”) e di chi è quest’altro. E’una sfilata di cancelli di ingresso che non promettono nessuna casa e di piccole pale eoliche che funzionano al contrario: qui il vento non c’è e bisogna crearlo per evitare che il cielo condensi e ogni cosa marcisca. Siamo di nuovo il viandante, ma quello di Verga, “che andava lungo il Biviere di Lentini, steso là come un pezzo di mare morto, e le stoppie riarse della Piana di Catania”. Il plasmodium non c’è più, resta solo una strana malaria.
Al centro dell’ultimo rettilineo, sulla sinistra c’è la stazione di servizio di tanti miei caffè. La cameriera è una ragazza dall’aria un po’ annoiata, non saprei se triste. Un giorno decisi che le avrei tenacemente fatto un sorriso ad ogni sosta fino a che lei non avesse risposto allo stesso modo. Ho incassato la lezione di vedere il mio piano riuscire al primo tentativo, che è un po’ come non aver capito niente; noi che sprechiamo dolori e svendiamo inutili sorrisi.
La strada tocca Lentini senza attraversarla. Dirotta finalmente verso Nord, tangendo l’ospedale, opera incompiuta che, a furia di passarci davanti, ha finito un bel giorno per compiersi, e nascondendo con gelosia a chi la percorre la vista del centro città.

A ben pensarci: millecinquecento volte sulla stessa linea, senza mai spostarmi, se non per folli giochi di un attimo, né un metro a destra, né uno a sinistra. Di vedetta sul mio ultimo orizzonte. Bambino che non sono altro!

Nota: Dacché come dicevo non ho mai fatto una foto dalla/della Ragusa-Catania, l’immagine di copertina di questo post è una cortese concessione dell’amico Domenico Migliorisi, amante della fotografia analogica; quella, per intenderci, che ti lascia il tempo di innamorarti davvero.

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