Goodnight Mumtaz

Mister Suresh, il silenzioso autista che merita un post tutto per lui, accosta a centro strada, che solo in India non è un ossimoro, ad alcune centinaia di metri dalla nostra destinazione. Sembra che gli scarichi delle auto e dei bus non possano disturbare oltre il bianco plurisecolare del monumento. La stessa regola evidentemente non vale per i tuk-tuk carichi di turisti non semoventi che attraversano miracolosamente i pochi centimetri di spazio fra noi e le bancarelle che proprio adesso aprono le loro tende agli avventori.
Si percorre un breve mercato, si evitano gli assalti dei bambini-mercanti più mattinieri infine si svolta ad un angolo, passando sotto un arco ed eccoci davanti alle porte di un paradiso privato. Non c’è nessuna piazza, nessuna “via della Conciliazione” fra la vita della città di Agra e quello che doveva essere il silenzio perfetto dei giardini del Taj Mahal. Come una processione di fedeli che si affolla attorno alla statua del santo, levigandone a furia di carezze questa o quella parte miracolosissima, Agra si addensa ossequiosamente attorno alle mura del Taj Mahal, mausoleo di una bellezza senza possibili aggettivi; chissà: forse in una di queste centinaia di lingue vecchie quanto la civiltà che affollano il sub-continente…
Al centro del monumento, talmente simmetrico ad ogni scala da diventare il centro dell’universo, nell’eterna sera di un giorno fresco di marmo, riposa una donna di trentotto anni,fra l’abbraccio della sua città, viva, ribollente e il bacio di un fiume, lento, senza fine.

Mumtaz Mahal, luce del palazzo, sposa amata dell’imperatore Shah Jahan, morì dando alla luce il loro quattordicesimo figlio nel 1632. Pare che da allora ogni pensiero nella mente del sovrano Moghul, ogni istante della sua vita, ogni briciola del tesoro del suo impero, furono ossessivamente dedicati all’unico progetto di donare alle spoglie terrene dell’imperatrice un angolo di paradiso. Su un’ansa naturale del fiume Yamuna, dove le acque rallentano e si fanno specchio, costruì un immenso gioiello di indicibile bellezza. Ogni elemento, nel complesso del Taj Mahal, è fatto per restare impresso nella memoria. Uscendo dalla porta principale si scorge ancora la mole del mausoleo: le mura di cinta escludono gli elementi di contorno creando l’illusione che, man mano ci si allontana, questo si faccia via via più grande. Ancora adesso mi sembra di averlo davanti ai miei occhi.

 

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