Il Nepal, quando ci andrà mio figlio

Bhaktapur, Nepal, Agosto 2012
Dall’aeroporto di Kathmandu ci spostiamo a bordo di un autoproclamatosi taxi, un’auto rossa
con il tubo di scarico all’interno dell’abitacolo, con un autista muto e un vice autista che
vuole fare pratica d’Inglese.
“A Bhaktapur questa sera c’è una grande festa, sapete?”, ci dice. Prima di metterci piede,
del Nepal sapevo con certezza solo due cose: c’è l’Everest e hanno una bandiera dalla forma
non convenzionale. Tutto il resto era un’idea bella e confusa, un libro di Salgari che per
uno strano caso Salgari non ha mai scritto. Quindi no, della festa non lo sapevamo. Segue
quella che dovrebbe essere una puntuale descrizione della festività, ma sarà il non perfetto
inglese da entrambe le parti, sarà l’inizio di un avvelenamento da monossido di carbonio: non
capiamo praticamente niente.

L’autista muto si ferma davanti ad un arco: “Now” (parla!) “a piedi. Festa. No Car”.
Per entrare in città si paga un obolo di benvenuto, dicono che serva a preservare lo spirito
di Bhaktapur. E credo sia vero: due passi per le strade di terra chiuse fra muri di mattoni
rossi e mi rendo conto di essere in uno dei posti più belli del mondo. Ogni volto che
incrocio, ogni stanza in cui riesco a fare entrare lo sguardo per un istante insegnano la
dignità di una vita povera che non cede un attimo allo squallore: siamo dèi, a un passo dalla
nostra vera casa.
Giriamo l’ennesimo angolo e veniamo ingoiati da un serpente di uomini e donne danzanti al
ritmo di bambini che incrociando i bastoni giocano a una guerra sorridente. Lungo la pancia
del serpente si alzano pile di paglia addobbate a festa di cui mi sfugge il significato (e
come potrei mai cogliere qualcosa di diverso dalla sensazione di essere nel posto in cui
avrei dovuto essere). E’ il Gai Jatra, festa delle mucche: bambini mascherati da vacche e, da
qualche parte, vacche vere mascherate da qualcos’altro. Fra le poche parole chiare del vice
autista c’era: “ricordano i morti di quest’anno”. Una mucca sfila per l’anima di un defunto e
chi non possiede una mucca possiede almeno un figlio da travestire nella speranza che i
signori del cielo, da lassù, non notino la differenza.
Sgusciamo fuori da un altro angolo e ripiombiamo nel silenzio. Il serpente è l’unica creatura
viva, oggi.

La sera lasciamo la camera spartana ma accogliente che i proprietari dell’ostello
sovraffollato di backpackers hanno trovato per noi, ed è buio. Nella valle di Kathmandu non
si è in grado di produrre energia sufficiente per tutti, e ognuno, qui, provvede per se.
Dalle finestre di alcune case passa la luce di una lampadina e il rumore di un gruppo
elettrogeno. Da altre, il silenzio tremolante di una candela. Le strade, invece sono immerse
in un’oscurità che non fa paura, nell’immensa piazza centrale, se lasci che l’occhio si
abitui, intuisci le punte dei templi e il contorno di scale e file di statue cui domani, con
il sole, darai anche un volto.
Quasi come avessimo sempre saputo le regole del gioco, io e l’avvocato parliamo il meno
possibile e se lo facciamo, la voce è bassa. “E’ l’ultima città di un mondo che non esiste
più”, mi dice, leggendo nel pensiero mio e di tutte quelle poche sagome di viaggiatori che,
come noi, si aggirano per la piazza.
Nella strada di ritorno alla camera (almeno credo sia quella giusta), lo incrociamo di nuovo,
il serpente. Non aveva mai dormito, si era solo allontanato un attimo per farci capire un po’
di cose, ma ora eccolo di nuovo, che si attorciglia intorno a noi, si fa liquido e assume la
forma della piazza in cui ci troviamo. E’ più vivo che mai. Grida e noi gridiamo con lui.
Salta e noi saltiamo. Canta e noi, abbracciati a degli sconosciuti, inventiamo il testo di
una canzone in una lingua che fino a ieri non sapevamo neanche che esistesse.

In giro a fare foto, a pochi passi da casa, 25 Aprile 2015

Ricevo un messaggio dall’avvocato: c’è stato un terremoto in Nepal.
“Tutto questo prima o poi finirà”, ci eravamo detti quella sera. Lo sapevo, ma non credevo
così. Molti dei luoghi che ho visto in quei giorni semplicemente hanno smesso di esistere. La
prossima festa del Gai Jatra avrà un senso diverso, perché il serpente piangerà una parte di
sè mutilata via in pochi istanti.
Non credevo così. Ho sempre immaginato che un giorno ci avrei portato mio figlio, o meglio,
lui sarebbe andato per i fatti suoi come è giusto che si faccia per queste mete.
Avrebbe riportato indietro le foto di Bhaktapur, con i templi, sempre stupendi, illuminati da
faretti di ogni colore.
“Quando andai io”, gli avrei detto “non riuscivamo neanche a guardarci in faccia”.

 

Recent Posts

Archives

gigiadmin Written by:

Comments are closed.