Immaginare: [v.tr.] inventare un istante

Le parole del vocabolario minimo stanno lì: le conosci fin dalla nascita, non ti chiedi mai il perché della loro forma, del loro suono, proprio perché da quando ricordi di ricordare, quelle non sono parole: sono l’oggetto o l’azione che indicano.  Un giorno però, la parola minima appare dove non te l’aspettavi, fra i discorsi sconnessi di un folle o in una frase che hai colto solo a metà. Ed appare per ciò che è: una parola che può voler dire tante cose.
E’ per caso che ho guardato il verbo “immaginare” e mi ha sorpreso quanto quel termine, congenitamente ancorato all’atto di portare la propria mente fuori dalle figure del mondo, abbia a che fare con la fotografia. Immaginare come “fare una immagine”, inventare un istante. Il che incarna l’anima del fotografare a tal punto da passare oltre il concetto di definizione (mi scopro a sorridere dell’aver trovato due sinonimi che se ne stavano nascosti: fotografare/immaginare).

“La fotografia è fermare un istante, renderlo eterno”, recita il mantra dello scattatore. Ma qualcosa non torna: davvero la fotografia si limita a fermare? (o, se più piace, davvero riesce a fermare un istante?) E’ mai esistito l’istante che una fotografia raffigura?

 

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Bacio all’hotel de la ville

Nel 1950 Robert Doisneau fotografa due ragazzi che si baciano davanti all’hotel de la ville. E’ semplicemente perfetta. I due si muovono nel caos di Parigi. Le persone in secondo piano sembrano correre, sembrano pensare altrove. Sono tre ma sembrano tre milioni. Anche l’uomo seduto al tavolo in primissimo piano è venuto mosso, quasi stesse per scappare via. Riusciamo a vedere ciò che è appena successo: lui le stringe il braccio sulla spalla, lei va avanti per inerzia; lui la blocca con un bacio, lei distende le braccia e i suoi pensieri. E, magia dell’immagine, loro sono fermi. Fermare l’istante.
E quanto è bello pensare a Doisneau intento a prendere un caffè, magari con la testa alla bolletta da pagare, che di improvviso legge negli occhi di un giovane che passa la necessità di un bacio e impugna la macchina fotografica.E’ una Rolleiflex a pozzetto, credo, quindi abbassa lo sguardo. E’una biottica, nessuno specchio che si muove, quindi ‘click’. Talmente leggero che deve averlo sentito soltanto lui. E all’improvviso, tutti sappiamo perfettamente quale è il rumore dell'”istante che si ferma”.
Bello. Ma non è così. “Il bacio all’hotel de la ville” è una perfetta messa in scena: lei è un’attrice, lui il suo ragazzo (almeno questo è vero). Doisneau non pensa alle bollette perché in quel momento sta realizzando un servizio per Life: fotografare coppie che si baciano a Parigi. Costruire una bella copertina…
La prima sensazione che si ha a sentire questa storia è semplicemente delusione. Poi passa, però. Riguardiamo la foto e sappiamo di avere di nuovo di fronte il miglior “bacio rubato” mai realizzato. Al netto della verità, quel bacio è davvero successo…
Scrisse lo stesso Doisneau:

“Quello che io cercavo di mostrare era un mondo dove mi sarei sentito bene, dove le persone sarebbero state gentili, dove avrei trovato la tenerezza che speravo di ricevere. Le mie foto erano come una prova che questo mondo può esistere”.

In una parola, Doisneau, immaginava.

Corinne Vionnet è una fotografa svizzera che, beata ignoranza, conosco esclusivamente per un suo progetto di qualche anno fa dal titolo “photo opportunities”. Affetto dal cancro dell’arte contemporanea, photo opportunities appartiene alla categoria “vista una viste tutte”. Quindi eccone una: la tour eiffel.

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La tour Eiffel di Corinne Vionnet

Personalmente l’effetto quadro impressionista mi rapisce, ma qui il punto è la realizzazione: Vionnet non prende un aereo per Parigi, non punta la sveglia di prima mattina, non piazza il suo treppiedi. Per quanto ne possiamo sapere Corinne non ha mai “scattato”. Eppure una fotografia c’è, ottenuta sovrapponendo decine di immagini “trovate” in giro. Tanti istanti raccolti da altrettanti turisti nel rito della stessa identica inquadratura in momenti diversi della storia recente. Non è una critica (del resto inutile e da narcisisti) alla massificazione del viaggio e della fotografia, anzi. Mediando diversi istanti, Vionnet ne crea uno nuovo, mai realmente accaduto, ma che è più vero di qualunque altro, perché racconta la nascita della memoria collettiva di una umanità in movimento.

In una parola, sostiene Vionnet, l’umanità immagina.

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