Le città e la libertà

A inizio degli anni ‘70 un sanremese cubano di nome Italo Calvino pubblicò un romanzo in cui raccontava di un veneziano giramondo di nome Marco Polo che raccontava ad un mongolo cinese di nome Kubilai Khan i luoghi che aveva visitato nel corso delle sue ambascerie. Il motivo per cui il romanzo si intitola “le città Invisibili” e non “le città impossibili” o “inesistenti” è, semplicemente, che quelle cinquantacinque città non sono nè impossibili nè inesistenti; e, a dirla tutta, sono anche infinitamente più di cinquantacinque. Finisci di leggerlo e non puoi fare a meno di avere l’impressione che Calvino, sia maledetto, non ti abbia raccontato di città invisibili ma dell’invisibile di ogni città. In altre parole, ciò che succede quando il luogo fisico del nostro abitare si impressiona del nostro essere. Sviluppi questo strano negativo e ti stupisci a scoprire che casa sta sospesa due metri sopra la terra oppure a testa in giù, saldamente ancorata al cielo.

Togli alla città strade, monumenti, palazzi, giardini e metropolitane: ciò che resta sono le anime di chi ci vive, con tutto il loro complicato groviglio di coreografie, belle e incomprensibili. Non a caso le città di Calvino hanno l’etichetta di moti del pensiero: le città e la memoria, e il desiderio, e il nome, e gli occhi (parentesi: non a caso sono “le città e il…” e non “le città del…”. Ma lungi da me giocare a fare il critico, quindi chiusa parentesi).

E siccome l’invisibile è essenziale agli occhi, se ciò non succede, se questa epifania buffa non avviene (e non avviene quasi mai, reinventare casa è praticamente impossibile), il desiderio di camminare nella città invisibile diventa desiderio di fuggire verso luoghi già più sfuocati. New York non è più appesa alle stelle di quanto non lo sia un paesello al centro della Sicilia, solo che a New York, contro i pilastri che arpionano il cielo, fisicamente ci sbatti la testa. Se vogliamo, ci sono città che sono esempi dell’invisibile, manuali di sopravvivenza alla vita: camminaci dentro e impari come funziona la tua testa. Un altro di questi manuali l’ho trovato, inaspettatamente a Ulaanbaatar, capitale della Mongolia.

La città ci accoglie al buio, sotto una pioggia battente, dopo tredici ore di autobus, quattro delle quali spese per attraversare il confine fra la Russia e la Mongolia. Giusto il tempo di indossare l’impermeabile di plastica più brutto della storia (è un affare di un azzurro angosciante acquistato in fretta e furia per pochi rubli in un grande magazzino di Ulan-Ude) e il cielo si libera delle nuvole. Ancora una volta viali vuoti ed angoli retti: il centro di Ulaanbaatar è un monumento all’invasione sovietica. Uno degli incroci si apre più del normale e diventa una enorme piazza, anticamera del parlamento. La piazza, ancora una volta, è un’ode all’orizzonte piatto, disturbato soltanto dalla statua equestre di Sùhbaatar, eroe dell’indipendenza. Le guide suggeriscono di partire al più presto per la steppa, segnano poco altro da vedere ed è assolutamente vero, perché Ulaanbaatar non è fatta per essere “visibile”. Da dentro quello schema a cardini, decumani e piazze, rassicurante e ansiogeno al contempo, Ulaanbaatar inganna chi la visita frettolosamente. Lo intuisco quando ci allontaniamo dal centro, alla ricerca del monastero di Gandantegchinlen, che nasconde geloso una statua del Buddha alta 27 metri in una pagoda all’apparenza più piccola della statua stessa. Presto gli angoli retti cedono il passo ad un continuo di curve, bivi, saliscendi, l’asfalto diventa terra, i palazzoni si azzoppano, cadono fino addirittura a trasformarsi qua e là in tende.

Transiberiana_025

Il giorno seguente ci allontaniamo dalla città a bordo di un’auto che diresti fatta per tutto tranne che per il deserto. Ci accompagna una giovane guida dal nome impronunciabile subito ribattezzata Luna e il proprietario dell’auto, nome non pervenuto, da quel momento in avanti semplicemente Good (è l’unica cosa che sa dire in inglese, l’unica parola che pronuncerà per i tre giorni successivi). La città si fa subito quella che, sbagliando, definiremmo periferia e l’intuizione del giorno prima, da fuori, diventa certezza: questo posto lo ha inventato Calvino. L’asfalto non c’è più, se non in qualche timida linguetta sulla quale i camion si dannano a stare in equilibrio, delimitata da pochi cubetti di mattoni forati che si intuiscono essere una bottega o l’officina di un gommista. Poi tende, qui ammassate, lì più diffuse, a dare, nello spazio vuoto fra una casa e l’altra, l’illusione ora di un ampio viale, ora di un vicolo angusto.
Se ci si fa attenzione, un dettaglio rivela la città invisibile: di tanto in tanto vedi qualche famiglia intenta a smontare la propria tenda. Partono per la steppa, ci dicono. Completato qualche lavoretto stagionale in città, si torna ai pascoli, finché l’erba è buona, e poi, quando il freddo ucciderà tutto, di nuovo in città. A quel punto chi vieta al capo famiglia di piantare la sua tenda dieci metri più in là? Magari più stretto ad un caro parente. Oppure all’altro angolo della città, lontano dai quei vicini odiosi. L’anno prossimo il viale sarà vicolo, il vicolo sarà piazza. Se la lingua d’asfalto sarà sopravvissuta alle gelate dell’inverno, sarà ancora lì a gridare pateticamente un po’ d’ordine.
Ulaanbaatar, è, ed è sempre stata, una città fluida. Dicono che quando nacque (in questo caso il termine “fondare” è a dir poco fuori luogo), fosse addirittura una settantina di chilometri più in là. Le tende vorticavano attorno a un grande monastero, mobile anch’esso, adesso scomparso (in questo caso il termine “distrutto” è a dir poco fuori luogo). Gli abitanti, desiderosi della protezione degli dei, li seguivano ovunque si spostassero, inciampavano con le loro case su quelle degli altri nel tentativo di avvicinarsi il più possibile. Ogni tanto si allontanavano a prendere un po’ d’aria, e vista dalle aquile, la città era un nomade lento, che rotolava sulla steppa con un respiro profondo che lo ingrandiva e lo rimpiccioliva.
Per almeno un istante ogni punto della città ne è stato il centro e nessun luogo mai la periferia. Perché Ulaanbaatar era l’anima dei suoi abitanti: una carovana confusa.
Quanto i russi, un centinaio di anni fa, fraintesero ciò che dovettero trovarsi davanti agli occhi lo dimostra quello scheletro di centro, la statua piantata lì in mezzo come un perno. Quanto il popolo mongolo abbia ignorato quel “regalo del mondo civilizzato”, lo dimostrano invece quei pezzi di città che oggi vedo andarsene via verso il deserto infinito.
Ulaanbaatar, esempio di città invisibile, è la memoria orale di un popolo vecchio come il mondo. E’ il desiderio di dormire sotto le stelle. E’ un milione di occhi piatti abituati da secoli a non trovare nessun ostacolo di fronte al proprio orizzonte.
E’ un manuale di libertà.

Recent Posts

Archives

gigiadmin Written by:

Comments are closed.