Maledetti, Santi Romanov

24 Luglio 2011 – Giorno

La stazione ferroviaria di Ekaterinburg è la prima su cui posiamo lo sguardo. E’ più o meno mezzogiorno e il caldo di fine Luglio è di quelli che prendono a schiaffi i tuoi stereotipi da film di Totò: andiamo in Siberia, e la Siberia è quel posto in cui fa freddo. Così, ingenuamente stupiti di quanto possa essere “continentale” il clima a 1600 chilometri dal mare più vicino, percorriamo di fretta, per paura di bruciarci, il viale e la grande piazza che separano la fermata del bus dalla stazione ferroviaria. Una fermata stabilita in fretta e furia per acclamazione popolare da un auto-proclamatosi Soviet delle Babushke, vecchi e signorine in foulard del nostro bus.

L’origine dell’improntato gabinetto politico è semplice e stupida, come solo i drammi dei turisti sanno essere.

23 Luglio 2011 – Notte

Siamo arrivati in aereo da Mosca la sera prima. Un bus, l’ultimo della giornata, in mostruoso ritardo rispetto all’orario sul cartello, ci ha portati fino a un incrocio, di quelli fatti con il copia-incolla. Del nostro ostello solo un indirizzo; a quell’indirizzo, il nulla. Nella scacchiera immensa e senza pedine fatta di cubi di cemento, ne abbiamo eletto uno a nostra probabile dimora. Abbiamo citofonato ad una porta sul retro (qual è il retro di un cubo?) ma nulla. Abbiamo un numero di telefono e la speranza che dall’altro lato qualcuno conosca l’inglese. Una ragazza, non ricordo il nome, viene ad aprirci. Arriva da non si sa dove, va di fretta, verso una festa, non si sa dove. Ci chiede se vogliamo fare strada con lei. Certo, un po’ per cavalleria, un po’ perché senza una guida che sappia distinguere un cubo dall’altro avremmo finito non solo per mancare il centro città, ma perfino per dubitare delle leggi fondamentali della geometria euclidea e quindi saremmo morti.

24 Luglio 2011 – Giorno

Se possibile, di giorno, i cubi sono ancora più impressionanti. Lì in fondo, a quattro mosse di distanza, c’è la fermata della sera prima. Non sappiamo se da quella riusciremo ad arrivare senza problemi in stazione, ma c’è qualcosa, nella litania dei casellari sovietici, che fin da subito ti mette un baco in testa: un angolo vale l’altro, una fermata vale l’altra, profondamente consapevoli del fatto che tanto qualunque scelta sarà quella sbagliata. Saliamo dunque su un bus a caso.

Pochi minuti dopo, colti dal flebile dubbio di aver fatto una cazzata, decidiamo di chiedere alla donna semi-dormiente (quindi saggia) a nostro fianco se, per divino capriccio, fosse proprio quello il bus per la stazione ferroviaria.

Ma prima che possiamo emettere qualunque suono, un’accecante epifania contemporanea blocca ogni nostro gesto: non abbiamo la più pallida idea di come si dica stazione in russo. Pochi secondi bastano per spazzare via l’illusione di vivere in un mondo anglocentrico o anche solo neo-latinofilo. “Stazione? Railway station? La gare? Estacìon?”. Ad ogni tentativo, nuovi passeggeri si aggiungono al gioco “indovina che vogliono sti due”. Non è possibile: in tutte le lingue “stazione” si dice quasi allo stesso modo, non possiamo credere che nessuno abbia anche solo intuito il nostro problema. Nulla. Il  Soviet del due barrato confabula, qualcuno alza anche la voce (ne sono sicuro, l’uomo lì in fondo ha proposto di fucilarci e la bionda a suo fianco ci ha salvati).

Nuova epifania: in effetti non abbiamo provato con l’unica lingua veramente pangeica, il preistorico per eccellenza. “Ciuf ciuuuuff?”

La Russia tutta sospira di sollievo e un grido unico si concentra nella voce del nostro Soviet: “Ahhh, Vagzal!”. Вокзал (vagzal), sarà l’ultima parola che dimenticherò prima di morire.

20 Aprile 1918 – Sera

Dal finestrino, Nikolai vede fermarsi la “vagzal” di Ekaterinburg con il suo carico di gente, bocche affamate che hanno smesso di chiedere pane, e ora vogliono la carne del “cittadino Nicola”, così lo chiamano. Babushke, vecchi e signorine in foulard fissano il mostro a vapore che consegna loro quello che fino a pochi mesi fa era l’origine e il destino delle loro esistenze.

Dal canto suo, immagino Nikolai distogliere lo sguardo dalla folla e guardare ancora una volta la piccola foto di quattro belle ragazze: Olga, Tatiana, Maria e Anastasia, la piccola. Piega la foto con cura, la ripone nel taschino della giacca.

Così il soviet degli Urali, fatta delega ai freni fischianti di un treno, ha scelto quale fosse l’ultima casa del cittadino Romanov e della sua famiglia.

romanov

24 Luglio 2011 – Giorno

Ecco la vagzal.  Dobbiamo ritirare tutti i biglietti prenotati da casa (il sito delle ferrovie russe all’epoca era solo in russo, adesso dicono che abbia anche la traduzione in inglese: mi dispiace amici, vi siete persi un bel pezzo dell’avventura). Per prendere confidenza con il sistema delle ferrovie che per successivi 25 giorni sarebbe diventato il nostro sistema mentale, decidiamo di prendere un treno un po’ a caso. Incrociamo il tabellone delle partenze con i nomi sulla nostra guida. Quel treno lì, l’elektrichka che parte fra un’oretta, ferma alla stazione di Shuvakish: è una fermata in aperta campagna che chiunque in zona sconosce, ma questo, ancora, non lo sappiamo.

Decidiamo di liberarci innanzi tutto dei nostri zaini, così, entrati nelle segrete della stazione ferroviaria, ci piazziamo di fronte all’ingresso del deposito bagagli, in annoiata attesa che qualcuno si faccia vivo. Ed è a quel punto che avviene il primo momento di realismo magico del viaggio. Il mio occhio cade su un vecchio adesivo attaccato su un angolo della porta del deposito. C’è scritto: SAC – Società Aeroporto Catania. Se un giorno mi chiedessero di riassumere in una sola frase il non senso della vita (quindi, la sua bellezza) userei una domanda: che minchia ci faceva un adesivo della SAC sullo stipite di una porta nel sotterraneo della stazione ferroviaria di Ekaterinburg, Siberia?

17 Luglio 1918 – Notte

Se un giorno avessero chiesto all’assistente di Jurovskij di riassumere in una sola frase il non senso della vita (quindi, il suo orrore), avrebbe usato la risposta alla sua domanda: anche le bambine?

I controrivoluzionari bianchi minacciavano le porte della città e avrebbero di sicuro liberato lo zar e la sua famiglia. Tutto andava fatto alla svelta. Jurovskij, aveva chiesto che si portassero undici pistole. Per il tempo della prigionia aveva in fin dei conti mostrato un certo rispetto per quella che forse ai suoi occhi era diventata solo una famiglia disgraziata come tante. Difficile trovarne undici, ma una pistola a undici colpi non è lo stesso gesto di pietà: lascia che la figlia veda la madre morire, non concede la dolcezza del dubbio.

Vengono portati giù, nel sotterraneo della loro casa prigione, si mettono in posa, non in fila, perché ciò che viene loro detto è che avrebbero dovuto fare delle foto segnaletiche prima di essere ancora una volta spostati.

Si fa disposizione che si dica che lo zar è stato fucilato in seguito a un tentativo di fuga. Che si faccia silenzio sulla sorte del resto della famiglia. Che i corpi vengano resi irriconoscibili e sepolti in un luogo segreto. Jurovskij e i suoi viaggiano nella notte verso Shuvakish, un villaggio rurale che chiunque in zona sconosce, e loro lo sanno.

Parecchi anni più tardi si saprà il resto della storia: lì vicino c’è un boschetto e una piccola miniera. Un pozzo non troppo profondo è il nascondiglio perfetto. Pozzo di Ganya, si chiama. Ganina Yama.

24 Luglio 2011 – Giorno

L’idea di imparare a memoria il nome della nostra destinazione, il luogo per cui chiedere informazioni, si rivela una pia illusione. Bastano pochi minuti di trenino con scomode panche di legno, e di Ganina Yama non resta che qualche impronunciabile storpiatura: “com’era?” “Mah, suona tipo gallina scema”.

Su quel pozzo hanno edificato una piccola chiesetta, dicono. Niente a che vedere con il grande edificio ortodosso costruito in centro città, sul luogo dell’esecuzione, dedicato alla famiglia nel frattempo santificata, forse più per rimorso che per meriti personali, forse anche più per ripicca che per rimorso.

Nuova, ennesima, illussione della giornata: c’è una chiesa, è lì in zona, basterà chiedere dei “Romanov” e conosceremo la strada. L’idea di per sé non è ingenua, se ci fosse anche solo un’anima viva a cui chiedere. E invece ‘niet’. La cosa più vicina a un’anima viva è una anziana signora, scesa dal nostro stesso treno, che giustamente ci risponde “Romanov? Ekaterinburga, Ekaterinburga!” Pezzi di scemi, la chiesa dei Romanov è in città, da dove venite anche voi. Sarebbe necessario spiegare qualcosa di più, anche solo ricordare quel nome, ma il vocabolario è finito. E così sia!

Saliamo sul ponte di attraversamento dei binari, alla ricerca di civiltà. A qualche centinaia di metri, attraversando una distesa di campi di zucche, sembra esserci una strada. L’autostop diventa l’unica speranza, Ganina Yama inizia ad essere un’ossessione, maledetti, santi, Romanov.

Una caratteristica che accomuna i campi di zucche in tutto il mondo è che se ti trovi in mezzo ad uno di essi durante un temporale, non ci sono santi Zar a cui appellarsi, finisci inzuppato ed infangato. Fidatevi, l’ho scoperto in quella occasione. Lancio uno sguardo all’avvocato, lui fa segno di intesa. “Tunnamu!”

Rientriamo in stazione e, come da copione mal scritto, smette di piovere. Ma non ci va più di rischiare. Fedeli alle disposizioni del Soviet degli Urali, per noi il luogo di sepoltura della piccola Anastasia resta un segreto.

23 Luglio 2011 – Notte

E’ tardi. La ragazza senza nome che ci ha portati fino in centro si dilegua come una fata delle fiabe del mondo ricco degli zar (più probabile che sia entrata nel pub alle nostre spalle, ma poco importa). Giriamo senza meta per il centro. Ormai regna il silenzio, ma alcuni indizi rivelano una serata ben diversa. Oggi c’è stata festa grande per le strade di Ekaterinburg. Qualche gruppo urlante di ritardatari mezzi ubriachi, qualche cartaccia di troppo per terra, i lampeggianti gialli dei camion delle pulizie speciali. Davanti a noi si apre una enorme piazza, tagliata da un “Prospekt” senza fine. Una scarpa con il tacco è rimasta infilzata lì al centro. Vuol dire soltanto che in questo momento una ragazza alticcia sta rientrando in casa zoppicando e domani si chiederà dove cavolo sia finita l’altra scarpa. Oppure che sono un principe. E quindi la raccolgo in una foto un po’ ruffiana. Una fiaba per nuove principesse, maledette e sante.

Transiberiana_001

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