Otto ore alla Valletta

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Gli aerei sono geografi pazzi. Sali a bordo, si decolla. Passa il tempo, difficile capire quanto, e si atterra. Ogni tanto i geografi pazzi si stancano e ti lasciano per poche ore da qualche parte. Quali siano questi luoghi è l’anima di tale pazzìa. Perché nell’Atlante dei biglietti acquistati c’è disegnata una geografia tutta nuova, dove le distanze sono misurate in euro e il percorso minimo da A a B è quello con il prezzo più basso. Succede così che, partendo dalla Sicilia per arrivare in nord Europa, prendi la rincorsa e ti fermi otto ore a Malta.
Questa è la ragione, bassa e prosaica, per cui quella mattina di Agosto mi trovai tutto solo a camminare per le strade della Valletta.
Me la sarei potuta giocare meglio: le foto da sole avrebbero potuto inventare un lungo viaggio mai fatto, dettato da quel curioso desiderio di scoprire se i maltesi sono siciliani che parlano inglese o inglesi intrappolati al centro del Mediterraneo, su una lacrima di terra talmente lì in mezzo da diventare l’origine della rosa dei venti.
Ma alla fine di quella storia non avrei saputo rispondere (troppo poco tempo per risolvere una questione troppo mal posta).
Forse avrei giusto potuto raccontare dei volti familiari di donne che sorprendo a curiosare mentre mi sorprendono a curiosare, da dietro finestre sporgenti, celate a ricordarti che l’Africa dei veli è lì a pochi istanti, se il vento lo permette.
Dei santi di pietra, custodi maltrattati di ogni angolo del dedalo di saliscendi, delle madonnine che nascondono i loro bambingesù dietro le porte e degli anziani, di pietra anch’essi, che difendono il loro metro quadrato di vita dall’invasione dei turisti.
I turisti, che per fortuna affollano solo un paio di strade a croce, hanno tutti la stessa faccia da alibi: “vostro onore, non è che sono andato a Malta per CasinòBagnoDiscotecaScopare eh?! Un giorno ho anche visto il Caravaggio dentro la cattedrale”.
Ecco, avrei potuto fare un intermezzo sul desiderio ingenuo di cambiare il mio Cognome in Chatwin, autoproclamarmi “viaggiatore” e cercare un eclatante modo per rendere evidente la mia distanza da quella specie infestante. Ma poi ci si allontana da quella croce di chiacchiere e, nel silenzio di saracinesche chiuse a promettere una vita con un altro ritmo, si scopre di aver lasciato indietro anche quel pensiero.
Scendo una ripida scalinata che apre verso il mare. Un anziano è fermo a guardare, al di là della baia, decine di palazzacci spuntare come brutte alghe grigiastre. Forse lui, immobile in quella posizione da tutta la sua vita, ha visto la sua Isola cambiare faccia. Lì a fianco, una signora (ha qualcosa di mia nonna) porta verso casa una pesante cassa d’acqua. Si ferma ad ogni gradino. Ad ogni gradino sbuffa qualcosa in maltese. L’aiuto a portare quell’acqua fino davanti la sua porta. Sono pochi metri in realtà, ma lo stesso lei vuole ringraziarmi. Mi chiede (in inglese: no, non è mia nonna), se voglio una bottiglia. Dico che no, ho già la mia e alla fine di tutto sono io quello che ringrazia.
Lei rientra nel buio del suo pian terreno. In fondo al cortile sul mare anche l’anziano signore ha smesso di guardare. Sono solo.
Per un attimo ho l’impressione di aver capito qualcosa del viaggio. E’ un pensiero che inizia con “Ci sono vite lunghissime che durano otto ore…” ma non saprei scriverne. E non ne scriverò.
Do uno scossone alle spalline del mio zaino e mi rimetto a camminare. Ho un’altra, bellissima, destinazione.

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