QUANDO ABBIAMO INIZIATO A SORRIDERE IN FOTO (E QUANDO FINIREMO)? – QUEL CHE RESTA

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Parte 1.5 – Sorrisi dalla terra di nessuno

Se l’approssimazione della società a un fluido più o meno turbolento e più o meno viscido può essere ritenuta valida per studi su un’ampia scala, è vero che il diavolo nei dettagli, l’eccezione alla regola, permette di coglierne alcuni punti fondamentali. Ecco che quindi, nella piena di labbra serrate e orizzontali della fotografia del XIX secolo, si vede di tanto in tanto spuntare un sorriso, come uno scoglio affiorante laddove non te lo aspetteresti: foto di prigionieri, di emarginati, di folli, o di chi è sopravvissuto alla battaglia. In altre parole sono i sorrisi solitari di chi è “fuori dal mondo” (e, mi piace pensare, nel riscatto della macchina fotografica, ride di esso), in una terra di nessuno in cui è lecito persino mostrare i denti.

 

A sinistra: combattenti della guerra fra Stati Uniti e Messico, 1847. A destra: un lavoratore afroamericano, circa 1860. Da https://petapixel.com/2015/04/15/the-earliest-known-photos-of-people-smiling/

 

Non pensiamo però a tutti gli altri volti seri come a una forzatura, un comportamento disumano imposto da una società troppo rigida. Il sorriso in fotografia non è (non lo è ancora oggi) “antropologicamente naturale”. Ne è la prova il fatto che risultare spontanei nel sorridere, specie in un ritratto da studio, è considerata una qualità non indifferente, per cui venire pagati. Nel profondo del nostro essere umani sappiamo tutti che il regalo della felicità espressa è intimo quanto trovarsi nudi di fronte a qualcuno.
Il “say Cheese”, la cui origine si perde nei primi anni del ‘900, è di fatto una scenografia meccanica del sorriso, un gioco di prestigio in cui l’emissione del suono della doppia “i”, della durata ideale affinché un fotografo possa immortalarlo, diventa, nel silenzio immobile della lastra, del tutto indistinguibile dall’originale.

Parte seconda – Venditori di memorie

New York, 1900 – come ogni sceneggiatura che si rispetti, tutto inizia al girare del nuovo secolo nella città che è il simbolo di ciò che cambia. George Eastman è senza dubbio un uomo di successo, di quelli che da lì a poco avrebbero portato l’America a ruggire in faccia al resto del mondo. La sua piccola azienda di emulsioni argento-gelatinose, fondata 20 anni prima è diventata una grande industria. Eastman è uno di quelli che in un certo senso non inventano niente ma hanno la genialità di collegare i puntini e lavorarci su per esaudire desideri ancora inespressi. Le sue emulsioni, inventate qualche anno prima da Richard Maddox e da lui perfezionate, hanno due grossi vantaggi rispetto alle vecchie lastre fotografiche: non hanno bisogno di essere preparate sul momento (questo vuol dire che non serve avere competenze seppur basilari di chimica per poter fare fotografie) e sono dei supporti flessibili. Così, nel 1888 acquisisce il brevetto della pellicola avvolgente e contemporaneamente manda in produzione la prima fotocamera a rullino. Rinomina, colto da un’intuizione profetica, la sua azienda usando un nome facile da ricordare, potente e che non significasse nulla. E la George Eastman Company diventa, semplicemente, Kodak.

 

George Eastman

Il primo anno del nuovo secolo, Kodak lancia sul mercato la Brownie, una scatolina facilmente trasportabile del costo di 2$ (meno di 50€ al cambio attuale) che monta rullini di tipo 117, ovvero sei esposizioni con negativi formato 6x6cm. Se la fotografia aveva reso possibile a tutti farsi ritrarre, la Brownie rende possibile a tutti fare fotografie.
Ecco il punto di svolta della nostra storia: la possibilità di sperimentare (di giocare, mi verrebbe da dire) con una fotografia che non solo è più economica ma anche, tolto di mezzo il livello intermedio del professionista, diventa più intima, definitivamente famigliare. Da poter anche dare in mano a un bambino…

1904 – Jaques Henri Lartigue riceve in regalo la sua prima macchina fotografica per i suoi nove anni. Come ogni cosa in mano a un bambino della sua età per lui è un giocattolo, e sarà il suo giocattolo preferito per il resto della sua vita. Si diverte a fare esperimenti, fotografa la sua collezione di automobiline, punta il foro di quella scatolina nera verso il suo piccolo mondo. Riprende la sua famiglia quando, lontana dai ruoli della buona società parigina, è una famiglia. Jaques ha un senso straordinario per l’immagine e per quello che, usando un termine inflazionato fino alla nausea, è il “saper cogliere l’attimo”. Attimi che, raccolti in più di cento album negli ottant’anni successivi, diventeranno la memoria solida di un bambino prima, poi di un ragazzo, di un novello sposo, di un uomo che invecchia. Affiancate una all’altra senza una logica, come in effetti lavora la memoria, a raccontare una storia incomprensibile a chi non l’ha vissuta. Sempre intime e mai indiscrete o inopportune. A volte nelle fotografie del piccolo Jaques Henri Lartigue, mamma e papà ridono, perché è così che dovrebbero apparire i genitori nelle memorie di un bambino…

Jaques Henri Lartigue. In altro: la cugina salta i gradini di casa, 1905. In basso a sinistra: in famiglia, 1905. In basso a destra: viaggio di nozze, 1920.

Eastman, ancora lui, Mr.Kodak, intuisce cosa stia diventando la fotografia per la gente del suo tempo e conia uno slogan che diventerà addirittura un modo di dire nella lingua americana: “Kodak memories”, memorie condensate in un istante, ricordi che vale la pena di ricordare.
E’ buffo che George Eastman, l’uomo che ha permesso a centinaia di miliardi di sorrisi di rimanere impressi, sia morto suicida. E’ il 1932 e nel biglietto che lascia agli amici (non ebbe mai una moglie né figli) c’è scritto: “Amici miei, il mio lavoro è compiuto. Perché attendere?”

Il ritratto dunque è diventato racconto, il racconto memoria. E’ tempo che la memoria diventi illusione di memoria. C’è un manifesto pubblicitario della Kodak del 1909. In fotografia una donna di profilo, su un prato, con in mano una fotocamera portatile; lei sorride!
La politica dell’azienda è chiara su quale sia l’idea di “memoria” da portare avanti. Kodak stessa spinge al sorriso come “marchio di fabbrica”, figura dello spudorato ottimismo americano del primo trentennio del ‘900. Non è un caso che proprio in quel periodo i leader politici iniziano a sfoderare enormi, rassicuranti, sorrisi di fronte allo sfacelo del mondo.

Manifesto commerciale kodak, 1909

“Save your happy moments with a Kodak”, la macchina fotografica non può che essere un registratore di gioia. La pubblicità continua a martellare in questa direzione, preme affinché la fotocamera diventi la compagna delle vacanze e delle feste. Ancor meglio: si crea negli anni una connessione indissolubile fra l’occasione di allegria e la fotografia, fino al punto che (lo abbiamo sperimentato tutti) è quasi infausto quel compleanno senza foto con la candelina, impossibile un matrimonio senza servizio fotografico. In direzione contraria, sarebbe scandalo vedere la fotografia fuori da un contesto gioioso (non mi riferisco alla fotografia di giornalismo o d’autore, sia chiaro).

Così, lontani dall’aver raccolto vere memorie, ci troviamo a sfogliare album di sorrisi mai realmente fatti se non in qualche rara foto scattata di nascosto, quando la vita non si rendeva conto di dover essere un fotoromanzo. Posiamo gli occhi su una collezione di ricordi inventati, su cui possiamo soltanto fermarci a chiederci chi sia quel tipo accanto a noi o se quella signora sia ancora viva, ma mai quella domanda che la memoria di un sorriso dovrebbe scatenare: “ma che cavolo avevamo da ridere? Ci va di ridere ancora?”

Epilogo – cosa resta

E oggi? Cosa è l’ostentazione della felicità non vissuta sugli album non più sfogliati ma “scrollati”, non più nostri ma del mondo intero? E’una felicità simile a quelle statue ellenistiche in cui un Efesto e un Apollo finiscono con l’avere lo stesso volto, perché tale doveva essere un volto bello e in nessun altro modo. Le vite snapshottate si uniformano a un canone di #BellaVita che non è più narrazione di nulla. Guardate quanto sono uguali tutte le foto di viaggi in Instagram: stesse pose, stessi rituali (lei di spalle tiene la mano di un lui fotografo suo malgrado, oppure braccia alzate che abbracciano un mare “cristallino”, la schiena inarcata perché il culo ne risulti epicamente formato…) sono la mutazione genetica del “cheese”, su una scala di produzione massiva per cui un giorno, se mai fossimo in grado di recuperare quelle foto, non sapremmo neppure riconoscerci. Avremo perso la battaglia con la memoria e non avremo nulla da raccontare. Non saranno nemmeno dei ritratti fra le nostre mani. Non saranno fotografie.

 

L’immagine di copertina è l’ultima fotografia della raccolta “Viaggio d’Inverno” di Nobuyoshi Araki. L’album racconta la malattia e la prematura morte di Yoko, l’amata di Araki. L’ultima pagina è un’immagine di Shiro, il gatto di lei, che salta sulla neve. Secondo me è una delle memorie più belle, intime e commoventi della storia della fotografia. Ancora una volta inaccessibile (solo intuibile) a chi non ha vissuto l’oggetto della memoria. Con Viaggio d’Inverno Araki ci racconta il coraggio di imprimere nella mente (e nella carta) anche i momenti in cui è impossibile sorridere, ma che sono comunque vita. 

Strano questo fatto che per parlare di sorrisi ho iniziato con i Selfie e ho finito con i gattini…

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