Quando abbiamo iniziato a sorridere in foto (e quando finiremo)? – Parte prima

Parte Prima – La gente seria

Philadelphia 1839 – Robert Cornelius ha trent’anni e costruisce lampade. Da qualche tempo ha messo a frutto le sue conoscenze tecniche per perfezionare quel recentissimo processo chimico di Louis Daguerre che da lui avrebbe preso il nome di daguerrotipo e che per almeno venti anni sarebbe stato “la” fotografia. E’ una giornata particolarmente soleggiata, cosa fondamentale perché l’esperimento possa riuscire, Cornelius dispone con criterio la sua attrezzatura in cortile, inserisce con delicatezza la lastra metallica trattata chimicamente all’interno della camera, svita (immagino che gli tremino le mani) il tappo dell’otturatore e… non sa cosa cavolo fotografare. Decide così, su due piedi, di piazzarsi davanti al foro dell’otturatore, incrocia le braccia e sta fermo immobile per un quarto d’ora circa. Le nostre lenti, ingorde divoratrici di luce, non esistono ancora, e quella chimica (che poi sarebbe diventata elettronica) in grado di trasformare il nulla in informazione in pochi millesimi di secondo è pura fantascienza (a dire il vero non esiste ancora neppure la fantascienza, Jules Verne ha undici anni nel 1839). Cornelius è fuori asse, quindici minuti di vento gli hanno scompigliato i capelli e non sorride, anzi sembra anche trasparire del nervosismo, l’ansia da esperimento nel suo sguardo micro-mosso. Ma tant’è: è la prima volta che il volto di un essere umano appare in fotografia. Ed è un selfie!

 

(auto)ritratto di Robert Cornelius, 1839. Il primo selfie di una disgraziatissima serie.

Nei decenni successivi la fotografia vive un’esplosione di interesse, che spinge ed è a sua volta spinta da un inarrestabile sviluppo delle tecniche e delle tecnologie impiegate. Già in quella prima, per certi versi istintiva, posa di Cornelius c’è il seme dell’idea che è nel ritratto umano che la neonata fotografia ha la sua ragione d’essere. Chi si appresta a farsi ritrarre in foto sa che sarà un calvario, doversi trasformare in statua per alcuni minuti (o, più avanti, per decine di secondi, comunque interminabili) senza mutare la propria espressione in pura sofferenza. Da qui nasce l’ipotesi, spacciata per fatto ma in realtà assai poco probabile, che sia questa la pragmatica ragione per cui nessuno, nelle vecchie fotografie, sorride. Se è vero infatti che è impossibile mantenere per un intero minuto un sorriso senza assumere la classica espressione da “faccia da culo” va anche detto che sarebbero bastati brevi sorrisi di alcuni secondi intervallati da pochi istanti di riposo per ottenere l’effetto desiderato. Inoltre l’abitudine di mantenere un’espressione “neutra” sarebbe stata una caratteristica dei ritratti fotografici ancora per decenni, fino, per intenderci, all’era delle esposizioni da poche frazioni di secondo.

 

1840, John William Draper ritrae sua sorella Dorothy Catherine. E’ il primo volto femminile nella storia della forografia.

 

Sofferenze a parte, il ritratto fotografico è senza dubbio più rapido ed economico del corrispettivo pittorico e diventa presto simbolo dell’ascesa sociale della nuova borghesia. Da qui un’altra teoria spesso portata avanti: quale specchio dell’austera, bigotta e positivista società borghese vittoriana, la fotografia non può dare spazio alla sguaiata, ineffabile esplosione di vita che un sorriso o (Dio ce ne scansi) una risata portano con sé. Non a caso, il contraltare è rappresentato dal ritratto/ricordo dei cari defunti immortalati in pose da “vita di ogni giorno”, cosa particolarmente di moda per i soggetti bambini.

Proprio i bambini, da vivi si intende, impossibili da tenere immobili, insofferenti, intrattabili, sono stati per parecchio tempo un taboo tecnico per la fotografia, soggetto quasi esclusivo di donne fotografe, madri dei loro ritratti, di improvvisati alchimisti che usavano drogare i loro piccoli clienti con del cloroformio, o di rarissimi incantatori di anime. Come un tale Davis che girava con un canarino dal canto ipnotico, da cui forse l’ancora in uso “guarda l’uccellino”, o come Charles Dodgson, inventore di fiabe per bambini.

La fotografia post mortem (in questa immagine la sorellina a sinistra sembra dormire) non può essere sbrigativamente liquidata come usanza macabra.

Oxford 1858 – Al College di Christ Church c’è un professore piuttosto stravagante. Si chiama Charles Lutwidge Dodgson, insegna (ovviamente) matematica e sembra interessarsi a qualsiasi campo dell’intelletto umano. Si diletta a scrivere racconti e poesie, lo fa dietro uno pseudonimo che, in un contorto equilibrio di lingue, storia e logica combinatoria, è una riscrittura del suo nome: Lewis Carroll. Da un paio d’anni, convintosi di una sua congenita inettitudine alla pittura, ha ripiegato sulla nuova moda della fotografia, scoprendone ben presto le potenzialità estetiche.
Con lui i ritratti smettono di essere descrizione delle fattezze di un volto, diventano la sua teologia: dio come bellezza, bellezza come chiave unica del senso della vita. Per questo motivo, profondamente controcorrente, il soggetto delle immagini di Lewis Carroll non può che essere uno: bambine. Le non ancora donne, portatrici sane di un seme di malizia che non è ancora marcito fino a corrompere l’anima ed è per questo pura espressione di vita. Quale splendida istantanea del paradiso! Ritratte libere dai loro vestitini vittoriani da spose bambine, (poco) vestite di stracci, come fate, come ninfe dei boschi.
Una di queste giovani amiche è Alice Liddell, nella fotografia qui sotto ha sei anni, ed è la figlia del rettore del Christ Church. Fra le storie che Carroll racconta alla ragazzina per farle passare l’interminabile tempo di posa ce n’è una, che Alice stessa gli chiederà di mettere per iscritto qualche anno dopo: parla di una sua omonima che un giorno, inseguendo un coniglio bianco precipita dentro la sua tana, in un “paese delle meraviglie” che è il rovescio del nostro mondo.
E l’espressione, lieve e profondissima, della piccola Alice in foto è da sola il rovesciamento di tutto ciò che la fotografia è stata fino a quel momento. Attraverso lo specchio smettiamo di ritrarre, iniziamo a raccontare.
Ciononostante, Alice non sorride ancora.

 

1858, Alice Liddell ritratta da Lewis Carroll

 

Immagine in copertina: Sarah Bernhardt ritratta da Félix Nadar, 1865

 

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