Racconti di guerra

Terminata con successo la campagna d’Africa, per Churchill non c’è tempo da perdere: è ora di entrare in Europa, e di farlo dal suo “ventre molle”. Per chi avesse dei dubbi i “molli”, da sempre, siamo noi. Si sceglie la Sicilia per metà Luglio. Va da sé che avrebbero prima potuto chiederci consiglio; gli avremmo detto di lasciar stare “u centru centru ra ‘stati”, chi ve lo fa fare: caldo che non si può attaccare un passo al successivo, altro che la guerra; e poi da noi i bagni a mare fino a Ottobre si possono fare. Ma testoni. Lo sbarco iniziò il 10 Luglio del ’43, in una notte di tempesta (ce ne sono anche nel Canale di Sicilia, anche d’Estate). Gli americani sbarcarono fra Licata a Scoglitti, gli Inglesi e i Canadesi fra Marza e Avola (evitando la zona di Marina di Ragusa perché, si sa, d’Estate è un casino anche parcheggiare la Vespa).
I piani prevedevano che gli Inglesi del generale Montgomery puntassero dritti, da Sud a Nord, fino a Messina e gli Americani, guidati dal generale Patton, in ruolo di supporto, coprissero loro il fianco sinistro tagliando le comunicazioni con la Sicilia occidentale. Le cose, come sempre accade quando si organizzano queste gite fuori porta, andarono un po’ diversamente. Non poteva essere altrimenti: basta guardare in faccia i due generali alla guida degli eserciti alleati. A destra, guardando verso Berlino, Montgomery, taciturno, tattico, riflessivo, il “ripensamento” condensato in un essere umano, che però in Africa ha sconfitto Rommel, la volpe del deserto, e che nutre un sincero, profondo disprezzo per il modo di fare guerra dei cuginetti americani.
Al fianco sinistro c’è il californiano George Patton, che è il modo di fare guerra degli americani. Uomo che i professionisti della psicanalisi definirebbero “uno stronzo”, è un violento, impulsivo, volgare fino all’imbarazzante, delirante d’onnipotenza; proprio la persona giusta da mettere “a fianco” di chiunque. Lui nutre un sincero, profondo, disprezzo per tutto, compreso, ovviamente, Montgomery.
Dalla parte dei difensori italiani, il generale Alfredo Guzzoni, del cui carattere non so assolutamente nulla. Lo cito perché è riuscito a descrivere con una sola frase, mandata per lettera a Roma pochi giorni prima dello sbarco, la situazione umana del popolo siciliano: “Si finisca in qualunque modo, purché si finisca”.
Fra i soldati del Regio esercito Italiano, con mansioni di consegna missive, ricordiamo infine Giuseppe Puglisi, chiaramontano, classe 1912. Catturato a Scoglitti il giorno dello sbarco, per non essere riuscito a spogliarsi della sua divisa e darsi alla macchia come avevano fatto altri suoi compagni, trascorse tre anni in un imprecisato campo di prigionia presso Oran (Algeria). La sua importanza in questo racconto risiede nel fatto che tre anni dopo essere rientrato dalla prigionia, è diventato il padre di mia madre.

Fra le cose che maggiormente ricordo di nonno Peppino c’è la capacità che aveva di riempire le sue lunghe giornate da pensionato con interminati silenzi. Come tanti uomini della sua generazione, non era un maniaco dello story-telling (l’esatto contrario della sua sposa, narratrice professionista di pettegolezzi e fiabe antiche come il mondo). A volte però, rapito da invisibili epifanie, si abbandonava a qualche racconto di guerra. Queste gocce di vita, lontana eppure anche mia, inconsciamente centellinate ad arte, hanno acceso in me una forte curiosità per quei fatti, prima adolescenziale, adesso adulta, mista al rimpianto di non aver potuto o voluto accedere al meglio a quella profonda miniera di informazioni.

Nella prima metà del 2015, appena acquistata una vecchia Nikon F801s, presi i primi rullini in Bianco e Nero (degli Ilford HP5 ed FP4Plus) e decisi di usarli in giro per il mio angolo di Sicilia alla ricerca delle testimonianze, spesso sul ciglio delle strade che percorriamo ogni giorno eppure quasi invisibili. Quella che segue è una prima raccolta, a mo’ di raccontini sgangherati, di quello che sono riuscito a trovare. E’ anche quello che mi piacerebbe fosse il preludio a un lavoro più approfondito e meglio realizzato. Chi mi volesse dare una mano… 

Parte I. Avanzi inutili delle tue profondità – subito dopo lo sbarco

Al confine fra le province di Ragusa e Caltanissetta scorre il Dirillo, un rigagnolo che da queste parti assume, per mancanza di concorrenza, il titolo di fiume. A pochi chilometri dalla sua foce (ma anche dalla sua sorgente) il fiume è attraversato dalla SS115 Occidentale Sicula. Già all’epoca importante nodo di comunicazione, il ponte sul Dirillo era sorvegliato da alcune casematte italo-tedesche a ridosso della strada e altre non lontano, verso l’entroterra.
La notte del 10 Luglio, aerei americani partirono dalla Tunisia con a bordo l’82ma divisione aviotrasportata. Le truppe sarebbero dovute atterrare dalle parti di Gela, ma il fortissimo vento da Ovest di quella notte scombussolò i piani e i paracadutisti schiantandoli al centro delle postazioni nemiche del ponte Dirillo. Nell’inevitabile scontro che ne seguì, 39 airborne persero la vita. Trentanove nomi si leggono ancora oggi su una lapide commemorativa posta una ventina di anni fa sul muro di una masseria su iniziativa di un gruppo di militari della base di Sigonella. A pochi metri dalla lapide, mantenuta sempre in decoroso stato da alcuni volontari, è ancora possibile entrare nel sistema di casematte collegate fra loro da tunnel sotterranei. Una bandiera italiana sventola in cima alla postazione più alta, guardiana di qualcosa, in indecoroso stato.

 

Altre silenziose testimonianze della difesa siciliana si trovano a pochi chilometri dalla città di Gela. Li vedi sbucare qua e là dai campi coltivati, corridoi sotterranei come schiene di serpenti pietrificati. Nei dintorni del Castelluccio, il frastuono di battaglie vicine e antiche si somma nel coerente battimento del vento, qui sempre a suo modo spietato, che inventa un nuovo silenzio. In cima alla rocca da cui, come una naturale scultura del tempo, affiora la fortezza Sveva, trovano posto anche alcuni bunker tedeschi. Dalle feritoie hai l’assoluta certezza di poter assorbire tutto il Mediterraneo, in lungo e in largo, avanti e indietro, nel passato e nel futuro. Da qui, la mattina del 10 Luglio, si vedeva perfettamente come sarebbe finita la guerra.
Ai piedi del castello, un monumento commemorativo sbuca dal terreno molle e argilloso come la testa di una piramide che sembra affondare all’infinito giù nel silenzio della terra a cercare le spoglie di quanti dormono ancora da queste parti. Proprio qui sorgeva un grande cimitero di guerra, di quelli improntati di fretta, senza badare a divise e bandiere: tremila italiani, tremila americani, cinquecento tedeschi, due crocerossine. Nel ’47 le salme degli americani vennero traslate in patria e il cimitero stesso finì sepolto. Non ho idea di cosa sia successo a tutti gli altri. Lo chiedo alla testa della piramide, lo chiedo al vento che scende dal castelluccio. Non capisco la risposta.
A pochi metri da qui, individuo (credo) l’area in cui sorgeva l’aviosuperficie di Ponte Olivo, più volte bombardata durante lo sbarco e in seguito utilizzata fino all’ultimo tragico volo di Enrico Mattei. Se ho ben capito, adesso è sepolta, anche lei, sotto un ben più utile campo di carciofi. Qui la terra ha ancora fame. Lei stessa, in questa punta di Sicilia, solidale a quanti la abitano, non ha ancora trovato la pace.

 

Parte II. Banalità del male – il massacro di Biscari

Ho scoperto per caso (come si scopre qualunque cosa) che dalle mie parti esistono, o meglio esistevano, tre aeroporti militari: Comiso (che mentre vi scrivo esiste ancora ed è dedicato al trasporto di orde barbariche da e per Inghilterra e Belgio), Ponte Olivo, nei pressi di Gela, e Biscari-Santo Pietro, che, come dice il nome si trovava fra il paese di Acate (l’antica Biscari) e il bosco di Santo Pietro, a sud di Caltagirone. Attivo come base aeronautica italiana al momento dello sbarco alleato, quest’ultimo è stato uno dei primi target delle truppe americane sbarcate fra Scoglitti e la vicina foce del Dirillo.
Risalita la valle dell’Acate, prima di entrare nell’area del bosco, ci si ritrova a percorrere un lungo rettilineo in un paesaggio inatteso: lasciati i tornanti aggrappati alla cresta della valle, l’orizzonte si apre piatto a 360 gradi su un altopiano vuoto, dalla terra di un rosso quasi innaturale, puntellato qua e là del ricordo di case rurali ormai completamente scoperchiate. All’ombra dei muri cadenti, piante di fico d’India si riparano dallo sguardo dei pochi automobilisti che passano di qua. Da qualche parte in questa pianura fuori luogo sorgeva l’aeroporto, del quale oggi però non c’è più traccia.
Il 14 Luglio ’43 di sevizio presso l’aeroporto vi erano due gruppi di soldati (italiani per la maggior parte e qualche tedesco). Il primo gruppo, poco meno di cinquanta soldati, rimasto a presidio dell’area in alcune casematte, venne presto accerchiato dalle truppe americane. Constatata la superiorità di forze del nemico, si arresero e uscirono dai loro rifugi sventolando bandiera bianca. Non furono fatti prigionieri. Per ordine del capitano Compton, furono spogliati, fatti marciare per un po’ senza scarpe e quindi fucilati lungo la strada verso Biscari.
Può sembrare insensato, ma anche in guerra esistono delle regole; sfumate, quasi invisibili, messe là più come appiglio morale a cui aggrapparsi per credere che in fondo non si è ancora del tutto bestie. Non ammazzare chi ti viene incontro con le mani in alto, per esempio. Fu un crimine, per il quale Compton fu immediatamente processato e altrettanto immediatamente scagionato dalle accuse (per la cronaca morì quattro mesi dopo, nella battaglia di Montecassino), ma non fu l’unico. Negli stessi istanti, un’altra truppa, capitanata dal sergente West, imprigiona il secondo gruppo (35 soldati italiani e due tedeschi) e inizia a scortarlo verso le retrovie. Lungo la strada però, West dà ordine che la colonna si fermi, imbraccia il suo mitragliatore e falcia i prigionieri. Se ne salverà uno soltanto, fintosi morto assieme ai suoi compagni. West fu condannato all’ergastolo, che durò meno di un anno e trasformato in un congedo con disonore.
Sia Compton che West si erano difesi citando le parole di Patton: “Se si arrendono a meno di trecento metri, che si fottano!”

Una lapide commemorativa, datata 2012, reca i nomi dei soldati italiani e tedeschi uccisi il 14 Luglio. Li vedi lì, fra le righe di una lista pulita e impeccabile, presidiare ancora qualcosa, al centro della piazzetta del piccolo villaggio di Santo Pietro (che per un po’ ebbe anche il mare, ma questa è un’altra storia). Senza il loro aeroporto, di cosa sono guardiani? Del modo segreto che ha il tempo di scorrere fra queste poche case. Quasi fermo, ma non del tutto. A Santo Pietro non è ancora scoccata la mezzanotte del 15 Luglio ’43.

 

Parte III. Ti sia lieve questa terra – cimiteri di guerra

Mentre gli americani procedevano quasi senza intoppi, marciando fino a liberare Palermo, le truppe inglesi trovarono una durissima resistenza alle porte di Catania, prima all’altezza del ponte sul fiume Simeto, in contrada Primosole (dove l’associazione paracadutisti di Catania ha eretto una lapide “ai caduti d’ogni nazione), per poi ritrovarsi fermi più avanti all’altezza del torrente Buttaceto, che è la stessa cosa che succede ancora oggi, ma non per colpa delle truppe dell’asse ma per la presenza dell’Ikea. Anche il cimitero di guerra dell’esercito inglese si trova ad oggi praticamente dentro il parcheggio di un centro commerciale. A pochi passi dall’aeroporto internazionale di Fontanarossa, lo si raggiunge involontariamente ogni volta che uscendo dal Centro “porte di Catania” si anticipa per errore l’imbocco per la tangenziale. Si percorre per poche centinaia di metri una stradina abbastanza dissestata che corre parallela al trafficatissimo “asse dei servizi”. Il cimitero è, per scelta, una copia di tutti gli altri sacrari di guerra del Commonwealth (vedi ad esempio quello all’ingresso Sud di Siracusa): in assoluta pianura, prato di un verde e di una cura fuori luogo in sicilia, lapidi bianche, tutte uguali, ordinatamente in fila. Ciò che colpisce qui è il casino che gli si è creato attorno. C’è l’Etna sullo sfondo, ma prima devi attraversare con lo sguardo l’immensità dell’edilizia popolare catanese. Alle tue spalle il serpente di auto che lento scorre, come tutte le domeniche pomeriggio, verso le luci del Centro Commerciale. Se si muore per la libertà, pensi, si deve tenere in conto anche di morire per la libertà di sbagliare tutto.

 

Agira sorge in cima ad un colle di forma perfettamente conica. A differenza di tanti altri paesi costruiti in condizioni simili, i costruttori di Agira hanno avuto l’accortezza di non modificare, con le loro case e le loro strade, la forma di quella montagnola, addolcendola o spuntandola. Arrivando da sud-est quindi, costeggiato il lago Pozzillo, ci si ritrova di fronte una torre di babele, come quella dipinta da Bruegel, meno ripida, meno audace, per questo motivo meglio vista dal padreterno che quindi ha concesso che fosse compiuta.
Un paio di chilometri prima di iniziare la scalata verso il centro/punta città, deviando verso una stradina che si allontana sulla destra, si arriva su una collinetta ben più bassa e morbida della sorella su cui sorge il paese. In questo luogo, nel Settembre del ’43, terminata da un mese l’operazione di conquista alleata della Sicilia, lo stato maggiore Canadese, decise di raccogliere in un’adunata finale tutti i militi connazionali caduti nella campagna. Sulla gobba della collinetta spoglia e punteggiata qua e là da qualche alto pino marittimo, riposano circa cinquecento lapidi bianche.
Ci sono due motivi per cui quel cimitero si trova lì. Innanzi tutto perché proprio ad Agira le truppe canadesi avevano trovato la resistenza più dura alla loro avanzata. Quel luogo era dunque simbolo della tenacia di un piccolo esercito che ha dato un supporto fondamentale all’intera operazione. Se chiedete in giro da quelle parti, troverete chi ancora con orgoglio vi ricorderà che non avrete conquistato la Sicilia se non ne prendete prima il centro.
Poi viene la bellezza di quel prato convesso. Sali al tramonto, in un pomeriggio di Maggio quando le ombre si fanno lunghe e l’aria inizia a diventare fresca, mettiti al centro e percorri con lo sguardo i 360 gradi intorno a te; dove muore il Sole, vedrai il cono di Agira, completamente in ombra (gioca a distinguere le case dalle rocce, le strade dalle righe di argilla, l’uomo dalla natura). Dall’altro lato, a Oriente, la collina scende dolce verso il lago e più in là, maestosa, l’Etna. Le lapidi sono orientate in modo che sembra che chi vi riposa sotto, possa godere di una bellezza così condensata da sembrare uno di quei falsi paesaggi dei pittori dell’Arcadia. Ed è così: in Sicilia è tutto così dannatamente vero da diventare un esempio.
In qualunque altra direzione, la campagna senza fine. Grano giallo quasi pronto per la mietitura, marrone di terra incolta e qualche punta verde, dove indugiano lentiggini di pecore. Niente è piatto, è tutto un continuo saliscendi che si ripete uguale, strato dopo strato, all’infinito, fino ad essere sfaldato dalla foschia.
Così, anche al centro di un sacrario, quando le ombre delle lapidi, cinquecento orologi perfettamente sincronizzati, si allungano fino a toccare le spalle dei commilitoni, anche qui, dove puoi leggere di ragazzi caduti a diciannove anni a mezzo mondo da casa, ti sfiora l’idea che la vita possa non avere fine.

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