Sulla Magna Via Francigena – 1. Guadagnare il cammino

Da Palermo a Santa Cristina Gela

Nella sua accezione puramente muscolare, il cammino della Magna Via Francigena ha un inizio ufficiale ai cancelli della Cattedrale di Palermo. Ma, se interrogato sul primo passo del suo cammino, è probabile che ogni pellegrino inizi a raccontare da mesi, se non anni, prima della prima tappa. Il primo passo è in genere la scoperta: “tu come hai saputo di questa Magna Via Francigena?” è la domanda che più circola fra pellegrini. C’è il sempre presente passaparola via social o fra conoscenti oppure, come nel mio caso, una fortuita e, consentitemi, più romantica scoperta fra gli scaffali di una libreria lontana da casa. Poco importa però quale fosse l’accendino, l’importante è che la miccia abbia preso fuoco. Ecco il primo passo: un’idea che non se ne va dalla testa, che ti cammina dentro, inciampando ogni tanto su “non fa per me” o “non ce la farò” sporgenti ma rialzandosi più forte di prima perché anche l’idea che cammina pian piano si abitua al passo, diventa più sicura. Partire è una necessità. Si fissa una data sul calendario, si fa richiesta delle credenziali con mostruoso anticipo come si trattasse di un contratto con il destino: “vile chi se ne pente”, si dice dalle mie parti. Ho deciso di partire da solo, è una decisione ferma eppure quasi senza motivo: vivo da solo e non è che mi manchino i momenti di silenzio. Non sono neppure un burbero asociale (almeno credo) eppure credo che in questo caso abbandonare ogni idea di preparare una comitiva sia la scelta giusta.

25 Aprile – Giovedì

Parto da solo, ma si dice che gli uomini fanno progetti e gli dei sorridono. Così, di fronte alla Cattedrale di Santa Vergine Maria Assunta di Palermo, perso alla ricerca del luogo in cui apporre il primo timbro alla credenziale, incrocio il mio stesso sguardo girovago negli occhi di un’altra persona: zainone in spalla (visibilmente più pesante del mio), borraccia sul fianco, maniche corte nell’aria fresca del mattino, lo stesso mio foglietto fra le mani.
“Hai l’aria di essere un pellegrino”, mi azzardo a chiosare l’ovvio.
Se lo chiami “destino” non è per niente divertente. Trovo che l’idea che ogni cosa che ci accade sia il tratto di un disegno perfetto di chissà quale sommo maestro faccia perdere la sublime poesia dei giochi del caso, la stupenda bellezza di scoprire fra gli scarabocchi della probabilità quel disegnino che decidiamo di tenere per sempre nella nostra memoria.
Io e Giacomo, questo è il suo nome, abbiamo più o meno la stessa età, più o meno lo stesso passo, chiediamo al cammino più o meno le stesse cose nel senso entrambi non sappiamo assolutamente cosa chiedere al cammino. Siamo gli unici due pellegrini a partire il 25 Aprile da Palermo. E partiamo entrambi alle 9:06.
I primi 6 kilometri sono una linea d’asfalto trafficato che taglia Palermo in direzione Monreale. Ce l’hai sempre davanti agli occhi, quella collinetta e l’unica cosa cui devi stare attento in questa uscita senza ripensamenti dalla città è evitare le botteghe che strabordano sui marciapiedi. Corso Calatafimi è così il luogo ideale per mettere da subito le carte in tavola fra compagni di viaggio. Basta quell’ora e mezza per Monreale, al ritmo dei passi che pian piano si fanno più naturali, per raccontarsi come si deve.

Monreale ha qualcosa di strano oggi. Forze dell’ordine ovunque, una folla eccessiva anche per il giorno di festa. Presto detto: il nostro ministro degli interni ha deciso di “non festeggiare” la festa della liberazione tenendo comizi fra Monreale e Corleone. Il palco è già allestito in piazza e così oggi si parlerà di “minacce migranti alla nostra cultura” proprio di fronte a una delle più belle chiese al mondo, che un re normanno volle ornata come una moschea araba che esplodesse di mosaici bizantini. Ci penso mentre tengo il naso in sù sulle dita del Cristo Pantocratore, signore di tutto il mondo: che oggi più che mai, pur nella brevità di questi giorni, farsi pellegrini, viandanti che vivono di accoglienza, sia un atto che dobbiamo a noi stessi. Decido che nel cammino che mi si apre davanti voglio legare al mio zaino lo stendardo dell’umanità, cercare e fare tesoro della vera cultura siciliana, imperfetta – e per questo ancora vivissima – miscela di migrazioni, contaminazioni, dominazioni e liberazioni.

Passato il fiume Oreto, che a questa altezza esiste ancora, la città si trasforma in un singhiozzo di case sparse sulla conca dell’Oro che riemerge a tratti dal cemento a ricordare la sua vecchia bellezza. Inizia la prima vera salita del cammino, quella per Altofonte; sotto i nostri piedi è sempre asfalto, a fianco la tristezza di discariche abusive. La prima casa di Altofonte però ci accoglie con il saluto dei suoi proprietari che ci riempiono gli zaini di mandarini e limoni… giusto il carico che ci voleva per intraprendere la ripidissima salita che attraversa la città. Li facciamo fuori prima che loro facciano fuori noi, consumandoli all’ombra di un ponte della Statale 624.
Sono molti i camminatori che decidono di saltare questa prima lunga tappa, troppo urbana, poco scenica e piena di situazioni non propriamente arcadiche. Eppure ha un ruolo chiaro nell’economia della Via: non solo si guadagnano 700 metri sul livello del mare, con costanti, interminabili salite su strada, ma si guadagna il cammino stesso. Scoprendo per la prima volta le proprie forze, ci si libera della città e, idealmente, della propria vita. I vialoni si fanno stradine, i palazzi masserie, agli incroci si sostituiscono i rilievi da superare, le auto rallentano fino quasi a scomparire. Inizia la vita a 4 kilometri orari e tu scopri di saperci vivere dentro.

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