Sulla Magna Via Francigena – 2. L’isola senza mare

Da Santa Cristina Gela a Corleone

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Il paese di Santa Cristina Gela supera di una famiglia quota mille abitanti, è uno dei cinque comuni nella lista delle comunità di origine arbëreshë di Sicilia nonché uno dei paesi della ben più corposa lista delle comunità di cui non avevo mai sentito parlare prima d’ora. Sembra un set cinematografico minimale per il film del viandante che passa da lì, una piazza entro cui si esaurisce praticamente tutto: la chiesa, i bar, il ristorantino, la casa del pellegrino… il tutto nel centro geometrico di una valle di un verde incredibilmente acceso cinta da vette appuntite che potrebbe benissimo essere incastonata da qualunque parte fra le Alpi.

26 Aprile – Venerdì

L’inizio della seconda tappa porta appunto fuori da questa valle, attraverso il passo fra le cime di monte Giuhai e monte Sant’Agata.
Entriamo presto nell’ottica dello scollinatore: il cammino è un gioco di salite e discese spesso a somma nulla, di valli e di creste che aprono la vista a nuove valli e poi ad altre ancora mai uguali l’una all’altra, mai troppo differenti.
E’ bastato solo un giorno di cammino perché dal nostro orizzonte, in qualunque direzione, scomparisse il mare. E contemporaneamente il mare svanisse anche dai pensieri della gente. La Sicilia è un’isola ma, salvo qualche trascurabile eccezione, i suoi abitanti non sono marinai o pescatori: siamo una strana specie di popoli di montagna, poco importa che il mare sia a pochi minuti (al massimo un paio d’ore) di auto, ne sentirai sempre parlare come qualcosa di lontano, di estraneo al ritmo dei giorni, forse più simile alla morte che alla vita, con quella sua inesauribile fame di addii e di anime migranti. Mi viene in mente che forse lo scrisse anche Sciascia che ai siciliani il mare in fondo neanche piace, o forse mi inganno e voglio solo dare una paternità autorevole questa intuizione che viene fuori con il fiatone della salita.
La tappa di oggi sembra volersi fare perdonare per tutto l’asfalto calpestato ieri ed evita accuratamente ogni fondo troppo battuto, così, superata la masseria Sant’Agata, dove la discesa a valle si fa dolcissima, la strada scompare del tutto e all’occhio inesperto quale il mio sembra di camminare in una direzione qualsiasi fra i campi che aspettano senza troppa ansia la mietitura. Oggi fa caldo e le piogge della settimana passata hanno lasciato solo qualche pozza di fango dove, con la precisione di nuotatrici sincronizzate, squadre di ranocchie si tuffano al nostro passaggio. Si intercetta poi una strada provinciale, ma la totale assenza di auto non permette di indovinare in quale anno si stia svolgendo questo nostro cammino. Mi convinco che giusto dietro la curva, dove si allontana una stradina alberata, possa comparire mio nonno da ragazzo, zappa in spalla di ritorno sui campi dal riposo di mezzogiorno, oppure suo padre, o il padre di suo padre.

Imbocchiamo quella stradina, mossi più dalla ricerca di un po’ d’ombra che dal fatto che quella sia in effetti la direzione del cammino. Da qui si arriva al Santuario di Maria S.S. del Rosario di Tagliavia, il cui nome e la cui collocazione timidamente nascosta alle strade più trafficate suggeriscono la sua natura di luogo di eremitaggio e nel contempo di sosta per il pellegrino. Entriamo nella chiesetta silenziosa e insospettabilmente ricca e non posso fare a meno di pensare a quanto debba essere stata fondamentale la frescura dei luoghi di culto nella cristianizzazione del Mediterraneo. Uscendo alla ricerca di una fontanella in cui ricaricare le borracce, noto una figura entrare nell’edificio alla mia sinistra. Decido di bussare alla porta. Un giovane frate ci accoglie e ci versa dell’acqua. Il suo accento tradisce un’origine toscana (di Valdarno, ci dice), la serenità dei suoi gesti mi parla senza parole e sembra rispondere in silenzio alle domande stupide sulla sua vita che non oso fargli: “Come caspita sei arrivato qui?” ad esempio. “Le vie del Signore se ne fregano delle tue cartine geografiche”, sembra rispondere. Intercetta i nostri occhi che spiano i suoi confratelli e sorelle pranzare nella stanza a fianco: “Ma voi non avete pranzato? Vi faccio un panino con la mortadella?”
Consumiamo il nostro provvidenziale pranzo all’ombra e prima di ripartire lasciamo una piccola donazione alla comunità.
“Vi ho solo fatto un panino”, dice un po’ riluttante ad accettare. Il gioco delle risposte in silenzio continua a funzionare: “se mi avessi offerto un kilo d’oro in questo momento non avrei saputo cosa farmene”, dico con gli occhi, sorridendo.

Passato il fiume Belìce la strada inizia a risalire e l’arrivo a Corleone è fra i più duri dell’intero cammino, con pendenze al limite della demotivazione cronica in quella che sarà praticamente una costante della via: il letto, caro pellegrino, devi conquistartelo!
Eccolo alla fine della salita, Corleone. Sembra che il toponimo in arabo Qurlayun suoni come “luogo che alla sola vista ti riempie di felicità”. E’ il nome che si dovrebbe dare alla meta di ogni cammino, ed è il senso che io e Giacomo, dandoci il cinque di fine tappa, gli attribuiamo nella ferma volontà di spazzare via ciò che invece tristemente “Corleone” richiama nella mente di tutti. E’ un peso mostruoso sulle spalle dei buoni siciliani di questa comunità, lo leggo negli occhi della bellissima famiglia che mi ospita per la notte. Lui, Bernardo, ragazzo tornato all’agricoltura, mi racconta la storia del paese, mi elenca le sue bellezze. Mi dice che vorrebbe che tutti i pellegrini visitassero il CIDMA (Centro Internazionale di Documentazione sulla Mafia e del movimento Antimafia) per partire da Corleone diversi da come ne sono entrati. Dal canto mio vorrei dirgli che la Magna Via Francigena sarà una sicura occasione di riscatto. Lo spero davvero, ma so di non riuscire ad infondere la serenità del frate di Tagliavia, quella luce che fra le tempeste di quest’isola senza mare ti promette un porto sicuro.

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