Sulla Magna Via Francigena – 3. Mali passi e bravi osti

Da Corleone a Prizzi

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“O passegger se hai il core afflitto e lasso
rivolgiti a Maria del Malo Passo”.

27 Aprile – Sabato

Si lascia Corleone con una salita da affrontare a piccoli passi, lo sguardo fisso sui piedi, fino a sbattere contro una chiesetta costruita all’ombra di una torre saracena. Una lapide sul portone invita il pellegrino stanco ad affidarsi a una Madonna dal nome tanto azzeccato da suonare quasi sarcastico. Nessuna scritta ti dice invece di voltarti, ma dovresti farlo: da qui i tuoi occhi guardano tutta Corleone e si perdono nella campagna che hai faticosamente attraversato il giorno prima. Volti le spalle al cammino già compiuto e ti senti pronto per la nuova tappa.
Dietro di noi, a qualche minuto di distanza, altri quattro pellegrini, due esseri umani bergamaschi, Blu, una cagnolona loro compaesana dagli occhi di ghiaccio e le fattezze da piccolo orso e Ombra, una randagia che li segue con spirito di abnegazione e orecchie basse da Piana degli Albanesi, località da cui il gruppetto è partito il giorno prima. Li ho già incrociati a colazione da Bernardo: Marco detto “il Pelle”, compagno di viaggio di Blu, intende arrivare fino ad Agrigento, Claudio invece farà le prossime due tappe. A Prizzi, questa sera, il loro gruppo si rinfoltirà di altri elementi (tutti bipedi); chi farà tre, chi quattro tappe. Un gruppo a dir poco fluido. I due continentali hanno l’aria di essere grandi camminatori, abituati ai possenti dislivelli delle Alpi, alle levatacce, a macinare tappe tre alla volta (del resto il giorno prima hanno superato i 30 kilometri trovando pure il tempo di fermarsi dal barbiere): in pratica ho l’assoluta certezza che a breve ci supereranno e non li rivedremo mai più.
Lasciamo alle spalle il malo passo, luogo fisico e stato mentale: la nostra camminata si sta facendo più sicura, la schiena sotto lo zaino (sempre pesante) è più dritta; aveva ragione Paolo Rumiz, come sempre, quando descriveva la metamorfosi del camminatore, il goffo uomo da scrivania che riscopre la sua naturale condizione nomade.

La salita è continua su una strada poco trafficata e senza ombra per poco più di un terzo della tappa. Le poche nuvole in cielo si sono date tutte appuntamento sui maestosi 1600 metri della cima di Rocca Busambra, costante punto cardinale di questa tappa, e nessuna di loro sembra, per ora, provare pietà di noi. Nonostante il piacevole vento di quota 900 renda il caldo sopportabile, sento che le braccia esposte al sole iniziano seriamente a bruciare. Le attenziono per la prima volta in tre giorni e scopro che sono dello stesso arancione “segnalatore d’emergenza” della mia maglietta.

Giunti quasi al punto di scollinare il camminatore attento potrà scorgere, un po’ nascosto sulla sinistra, un’idea di paradiso. Seduti su un abbeveratoio all’ombra su cui getta copiosa una fresca fontana, due anziani signori caricano bidoncini di quella che a detta loro è “acqua bellissima”, usando quel costrutto tutto siciliano, che forse è un po’ greco, che identifica la bontà con la bellezza. Interrompono il loro lavoro per darci la precedenza, riempirci d’acqua le borracce e la testa di domande. La curiosità delle persone che incrociamo è una costante del cammino; può essere animata da sentimenti diversi (in prossimità delle città prevale una sensazione di sdegno, altrove sembra più ammirazione o sana invidia) ma, magia a cui non siamo abituati, tutti quelli con cui ti fermi a parlare ti chiederanno da dove vieni, dove vai, dove passerai la notte… non sono i tipici dialoghi che si ascoltano fermi al semaforo!
Con le borracce fredde della nuova acqua bellissima iniziamo la discesa verso il vallone dei Margi, toponimo che ovunque in Sicilia consuona con il marg arabo (palude) e che suggerisce come per i nostri compellegrini di un tempo andato questi passaggi non dovessero essere poi così idilliaci. Ciò che oggi, con questo sole, resta di quel “marg” è un ruscelletto facile da guadare saltellando fra pietre ferme, ma che decido comunque di attraversare a piedi nudi per godere per pochi istanti della corrente fresca sulle caviglie e della sabbia morbida sotto la pianta dei piedi indurita dall’asfalto.
Un’altra collina, un’altra discesa. Davanti ai nostri occhi a fondo valle finalmente il lago di Prizzi e più in là la traccia bianca della nostra ultima, lunga, salita verso il paese.

Verso il lago di Prizzi

Vi entriamo poco dopo le tre del pomeriggio con in mente, totalizzante, il più profondo dei pensieri possibili: “ci serve una birra ghiacciata”. Maria Concetta è alla porta del’unico locale aperto sulla strada che decidiamo di prendere in quanto l’unica non in salita. Aspetta che Gianni, proprietario del bar, e i suoi figli rientrino da Palermo con i rifornimenti per la sera. Ci dà da bere e da parlare perché sa che il camminatore, rinfrescata la gola, ha sempre voglia di riscaldarla di nuovo raccontando qualcosa. Magari si tratta sempre degli stessi discorsi; chissà quante volte, povera donna, sentirà dei problemi della tappa, dei segnali mancanti, del fango, del sole o della pioggia, dei cani liberi all’ingresso del paese. Quante volte dovrà spiegare quanti abitanti fa Prizzi e dove sono finiti tutti quanti. Quante volte dovrà presentare la sua famiglia – che nel frattempo è rientrata dalla spesa – e dire che ha più anni di quanti non ne dimostri. Non è da tutti, ma sta qui l’arte dell’accoglienza: non è sopportare il business a denti stretti, sfoggiare il sorrisino di circostanza a chi ti lascia i soldi o strappare la promessa di una buona recensione, ma diventare sempre più ricchi degli incontri che si fanno, restituire alla persona che si accoglie la sua unicità.
Entra al bar Totò, un ragazzo della nostra età, per metà uomo per metà vulcano in fase esplosiva. Lui e gli altri coetanei superstiti di Prizzi hanno scommesso sulla Magna Via Francigena e lo hanno fatto nel modo più intelligente possibile: raccogliendo l’entusiasmo dei paesani e tenendolo vivo, lanciandosi in progetti sempre più grandi eppure sempre a misura di questo piccolo mondo intatto. Giacomo stanotte sarà ospite della cooperativa messa su da lui, io invece mi congedo perché una gentile signora, pochi scalini più giù mi aspetta a casa con in mano già un bicchiere di vino della sua campagna da farmi assaggiare.
Nel tardo pomeriggio le temperature calano parecchio. Metto su tutti gli strati che posso – il pellegrino, sia chiaro, dimentica le più elementari regole di abbinamento e di bella presenza – e incrocio Giacomo, con la stessa folle idea di arrivare in cima al paese.
“Serve qualcosa?”, da dentro la sua auto Antonio, uno dei ragazzi del bar, ha captato le nostre pessime intenzioni.
“Come si arriva in capo al paese?”
“Si sale sulla mia macchina”, risponde aprendoci lo sportello dell’auto che, scopriamo subito essere della stessa esatta larghezza delle strade di Prizzi. Su in cima, a mille e qualcosa metri il vento spettina l’erba di una collina nuda su cui è stato ricavato un piccolo teatro. Immagino che non serva dannarsi a mettere su calendari di spettacoli o concerti: basta guardare il tramonto che infiamma tutto ciò che gli occhi riescono a vedere. E difficilmente hai visto così tanto in una sola volta.
Antonio raccoglie un mazzetto di finocchietto selvatico; da altre parti inizia ad appassire, è già amaro, ma in questa Sicilia a mille metri ha ancora un profumo straordinario.
“Mangiate da noi stasera? Noi lo mettiamo nella pasta assieme alla ricotta”. Antonio caro, è un ricatto bell’e buono, ma se tutti i ricatti avessero questo stesso profumo di accoglienza…

Veduta dalla Croce sul punto più alto di Prizzi

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