Sulla Magna Via Francigena – 4. Il centro dimenticato

Da Prizzi a Castronovo di Sicilia

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La sera il locale di Gianni si trasforma in una locanda del puledro impennato di Tolkieniana memoria: agli avventori locali si mischiano i tavoli dei viandanti, chiassosi di storie appena vissute e di incerti programmi per le tappe successive, sempre affidati alla benevolenza del dio delle articolazioni.
Ero sicuro che non li avrei più visti, ma eccoli al tavolo alle mie spalle, con la stessa nostra pasta al finocchietto, i pellegrini nordici, adesso nella loro configurazione completa. Claudio e il pelle ci salutano con il calore di vecchi amici, poco importa se fin ora ci siamo incrociati per tredici minuti in totale. Blu è sotto il tavolo (scopro così che il cane/orso ha anche un pizzico di DNA della talpa) mentre Ombra fa valere la sua natura di libera viandante rifiutandosi categoricamente di entrare.
Nel resto del gruppo si respira l’aria da sera prima dell’inizio. Eccezion fatta per Rino, palermitano che “cosa diavolo ci fa in quella comitiva” e che non fa nulla per mascherare la sua estraneità all’Italia peninsulare, tutti gli altri sono compaesani bergamaschi. Ci sono La Maria e La Rosy poi Il Marco, Il Marco e Il Marco, che per ovvie ragioni si interpellano per Cognome o meglio per parte troncata del suddetto. Quanto alla lombardissima schiera di articoli determinativi in funzione nominativa d’ora in avanti per amore di brevità li ometterò.
Perché ero sicuro che non li avrei più rivisti…

28 Aprile – Domenica

La Via ci ripensa: devia dalla logica direttrice Nord-Sud e punta decisamente a Oriente. Sembra voler suggerire al viandante che c’è qualcosa per cui vale la pena di allungare, perdere tempo per non perdere il vero senso del cammino. Di fronte a noi l’orizzonte è occupato dalla mole del monte Carcaci e non lascia dubbio all’interpretazione del sentiero: ci sarà da salire. Per la prima parte si cammina con il gruppo espanso. Ombra è un pastore di pellegrini: copre in un continuo saliscendi la notevole distanza fra il primo e l’ultimo della fila, compatta a suo modo il gregge umano che ha preso in consegna. E’ molto meno ordinata invece con le tradizionali greggi ovine, nei confronti delle quali è un vero agente del caos. Non c’è modo di inscriverla all’interno di una qualsivoglia categoria: è domestica e selvaggia, amica e diffidente, né buona né cattiva, persino il suo manto è una lotta pari fra il bianco e il nero. Ombra, cane francigeno, è la Natura nella sua stupenda inafferrabilità.

Salita al monte Carcaci

La salita è costante, ma varcare i cancelli del parco dei monti Sicani, diventare creature che camminano fra i boschi di cui la Sicilia è piena (ma non ditelo a nessuno) fa dimenticare ogni fatica: mi accorgo di non aver neppure allungato i miei bastoncini, oggi mi bastano le mie gambe e un angolino di soddisfazione mi si disegna in viso.
Maria e Rosy, le signore del gruppo, invece danno l’impressione di non aver ben chiaro come funzioni la forza di Gravità: più la pendenza si fa dura più loro vanno spedite. Superano tutti a un passo impensabile continuando a parlare fra loro del più e del meno. Ad ogni loro sorpasso Giacomo recita lo stesso mantra: “Sono loro il sesso forte. Sono loro il sesso forte”. Potrei lanciarmi in argomentazioni relative al minor peso da trasportare, a meno tappe sulle spalle e così discorrendo ma sarebbe solo aggiungere un verso alla litania del dannatamente vero di Giacomo: “Sono loro il sesso forte. E noi siamo quelli lamentosi!”

Terminata la salita lasciamo il resto del gruppo rifocillarsi all’ombra di un’area attrezzata deserta ma curata al limite del maniacale e procediamo fino a uscire dal bosco. Gettando lo sguardo oltre una cunetta, improvvisa, la punta di un campanile promette un paesello. Ma siamo in ritardo di settant’anni. Borgo Riena è un paese fantasma, identico a decine di altri cloni che puntellano il cuore della Sicilia, piccole cicatrici lasciate da un’idea di colonizzazione fascista che aveva tutto ben chiaro tranne come funzionano le teste dure dei Siciliani. Riena però è invecchiata peggio delle sue sorelle: non fosse per l’impronta marcatamente razionalista giureresti di camminare fra macerie di un maniero vecchio secoli. Per anni, raccontano, Riena ebbe pure il suo fantasma. Solo che quell’unico abitante era effettivamente vivo, ma questa è storia per altri cammini.

Non troppo distante, al di là della valle, l’illusione di avere già sott’occhio la nostra meta; ma le direzioni non tornano: quella è Lercara Friddi, dice la mappa. Castronovo di Sicilia si nasconde ancora. Passano i chilometri sullo scheletro d’asfalto di una provinciale interrotta chissà da quanto tempo, destino comune da queste parti: il tempo distrugge, nessuno ricostruisce e i paesi si fanno sempre più distanti dai centri del potere.
Almeno lei, la SP36, riposa in pace a fianco di un panorama che regala un’istantanea che vale una vita: punte ricoperte di foreste sempreverdi conservano nel loro seno lo specchio di un lago. Fermati un attimo, viandante; qui vedi nascere il fiume Platani che per i prossimi tre giorni sarà tuo compagno viaggio.

Parco dei monti Sicani


La mappa parla chiaro, i cartelli segnavia anche (benché sia sempre più convinto che facciano un cortese sconto ai chilometri mancanti): Castronovo di Sicilia è sempre più vicino, ma sempre nascosto alla vista. Anche quando sembra che ci siamo praticamente dentro non lo si vede ancora. Rintanato sulle pendici della rupe che lo sovrasta e dalla quale si scende attraverso un adrenalinico sentierino nel fitto del bosco, sembra nascondersi da una storia che lo ha voluto suo malgrado centro della Sicilia.
Già Castrum, prima ancora Kars, o Krastos e così indietro fino a un era che non conosceva ancora nomi, l’antico abitato sorgeva sulla cima della rupe, lo dicono i numerosi gruppi di archeologi che adesso riportano in luce questo nodo cruciale della nostra geografia passata. A tirare una linea meridiana fra le antiche potenti rivali Hymera e Akragas, eccola in mezzo, Castronovo, luogo ideale di ogni battaglia, centro del contendere di questo piccolo continente in mezzo al mare che fu centro del mondo.

Questa sera sarò ospite di Francesca. Ricevo una sua chiamata mentre sto per entrare in paese. Mi dice di farmi trovare al Municipio, ché adesso è andata a recuperare dei Pellegrini fermi qualche chilometro indietro. Io e Giacomo ci interroghiamo un po’ preoccupati: non ci sono altri pellegrini oggi su questa tratta se non gli amici che abbiamo lasciato indietro. Un brindisi a loro, nella speranza che sia solo un intoppo di poco conto e un brindisi a noi che, tabella alla mano, abbiamo da pochi passi superato la metà del cammino. Consumiamo la nostra birra al sole di metà pomeriggio che vibra bianco nel riflesso della pietra della piazza. Conosco questa luce: è la mia stessa Sicilia a giorni di cammino da casa. Fra qualche ora il sole scenderà dietro colle San Vitale, e Castronovo si riposerà all’ombra della sua stessa storia.

E’ destino di ogni centro quello di diventare periferia?

Castronovo di Sicilia

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