Sulla Magna Via Francigena – 5. Confini

Da Castronovo a Cammarata/San Giovanni Gemini

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La piccola auto che accosta è occupata da personaggi che mi sembra ci conoscere: due Marchi e un Rino salutano sorridenti come ragazzini alla gita delle medie, mentre la loro autista Francesca ha l’aria un attimo afflitta; non si aspettava, confessa candidamente, di dover raccogliere pellegrini così voluminosi: le dispiace, ma mi toccherà raggiungere l’accoglienza a piedi. Far trasparire alla notizia anche il minimo scoramento con 95 kilometri alle spalle e altrettanti da fare suonerebbe a dir poco ridicolo; pochi minuti di cammino bastano a rimettere in moto se non i muscoli, ormai incrollabilmente in modalità riposo, almeno due buoni pensieri: è chiaro che nessuno dei compagni si è fatto nulla di serio ed è altrettanto chiaro che questa sera la passeremo tutti insieme.

Durante la serata ci fanno compagnia anche Francesca con Serafina e Bernardo, i suoi genitori. Chi accoglie il pellegrino vive anch’egli un cammino di natura diversa forse più profondo e sicuramente più lungo: non porta altrove ma può portare lontano. Come fra pellegrini ci si confronta sulle tappe, sulla stanchezza accumulata, sui motivi del viaggio e del ritorno, così anche l’ospitaliero (non trovo termine più proprio se non questo prestito dalla religiosità medievale) racconta delle salite che affronta per essere lì e non fuggire, delle sue testarde ragioni. In questo lo distingui da chi, semplicemente, fa ricezione: percepisci che se c’è il business, chiaro che ci sia, non è il carburante né il lubrificante del suo “cammino”. E’ possibile che siamo tutti folli stasera a questo tavolo? Chi fa a piedi ciò che si potrebbe coprire in tre ore d’auto e chi sceglie di non obbedire alla forza centripeta che strappa via dal confine della modernità verso allettanti centri e anzi si fa punto di arrivo per chi su questo confine decide di camminarci. Ciò che è stolto per il mondo Dio lo ha scelto per confondere i sapienti, scriveva Paolo di Tarso, uno dei primi pellegrini.
La spina dorsale di questa folle creatura che attraversa la Sicilia da Nord a Sud è fatta di ragazzi: ne ho già incontrati tanti, tanti ne incontrerò. Totò e la sua banda di Prizzi sono trentenni, Francesca ha 25 anni. Lei come è normale che sia, ha idee molto chiare che sono isole in un mare di incertezze sul futuro. Ci sono tanti “farò” ma anche tanti “forse” nelle sue parole. I periodi ipotetici sono la forma più comune e i punti interrogativi le pause più usate.
L’idea dell’accoglienza, ci confessa Serafina, signora di casa dall’indole amabilmente anti-social, è venuta a lei. Ma è l’energia della figlia, si affretta ad aggiungere quasi per riparare all’istante di vanagloria, che la tiene viva.
Bernardo, fedele a una certa idea di capofamiglia, non è un chiacchierone, dà peso e anima alle sue parole. La voce tuona e trema quando parla di ciò che fa vacillare il suo orgoglio siciliano. Per lui questo non è un concetto con cui farsi bello con gli ospiti da fuori, lui che ha vissuto l’emigrazione ed è tornato. Da queste parti, sembra essere storia comune: oltre una certa età sei un “rientrato”, al di sotto sei uno che lotta per non andare via. C’è qualcosa, fra i discorsi di questa sera, anche loro sopra un confine, tutto siciliano, fra la gioia e la malinconia, che rivela il segreto di una formula magica che solo qui poteva essere pronunciata. Se una rivoluzione ci sarà mai, non potrà che partire dalla linea di confine su cui sto camminando, dai giovani che non se ne andranno e dai meno giovani che decideranno di crederci, magari dimenticandosi di non avere più l’età.

29 Aprile – Lunedì

Si cammina tutti assieme, nove umani e due cani, in quella che sulla carta è la tappa più breve del cammino, 13 kilometri benevolmente piazzati a metà strada. E’ anche un riassunto perfetto della schizofrenia orografica della Magna Via Francigena: si parte e si arriva esattamente alla stessa quota dopo aver affrontato però una lunga discesa e quindi una altrettanto lunga salita. Al centro di questa “V” tracciata quasi equamente su asfalto e sterrato scorre il fiume Platani, dal greto sproporzionato rispetto al fiume che dovremo attraversare. L’idea di confine che ha iniziato a crescere in me la sera prima si nutre alla vista di questo limite naturale di sassi bianchissimi: di qua la Provincia di Palermo (la cui nuova nomenclatura di “città metropolitana” ha avuto l’unico effetto di sancire anche linguisticamente lo status di periferia ad ogni paese), dall’altra parte, non troppo lontana, quella di Agrigento. Contemporaneamente scatteranno anche, per me e Giacomo, i fatidici 100 kilometri percorsi. Abbiamo trovato un motivo di brindisi anche per questa sera.

Le grotte di Capelvenere

Appena a ridosso del Platani, quando la discesa si fa dolce, si attraversa il cancello aperto delle tenute San Vitale. Si cammina fra ulivi, schiere perfette di tronchi che l’età fa disordinati, e alberi di arancio dai frutti così succosi che non sai se sia più corretto definirli liquidi. E’ la natura che l’uomo ha trasformato da suprema indifferente a dolce madre: niente qui è selvaggio, niente sembra essere sfruttato. Il prezzo di questo equilibrio è il lavoro dei soci che mandano avanti la cooperativa. Ritroviamo Bernardo intento a pulire il frutteto con il suo trattore. Lascia il suo impiego per farci visitare la tenuta e le sale di produzione dell’olio. Tutto è pulito, perfetto (qualcosa è ancora nella sua custodia di cellophane), tutto è ancora nuovo, pronto a una partenza che tarda ad arrivare. E’una fortezza Bastiani che resiste alle crisi solo per attenderne altre. “Forse le nuove generazioni…”, dice Bernardo. I punti di sospensione si sentono tutti, ma nel frattempo, su questa sospensione, lui riprende a lavorare. Così è con questa terra-mamma. Lì in mezzo una roccia che porta il nome di Capelvenere conserva scavati i resti di un vivere troglodita che i Bizantini hanno portato dalla Cappadocia. Oltre il fiume, dove inizia la nuova salita, una masseria-fortezza guarda ancora il confine, ancora dà sicurezza a chi percorre a piedi queste strade antiche.

Nelle salite si sta uniti, le donne sempre qualche passo avanti, ma in silenzio. Qualche parola ogni tanto, quando sentiamo di potercelo permettere. Impari di nuovo anche il respiro, dopo qualche giorno di cammino.

La pendenza non dà tregua fin dentro la città di Cammarata. La torre in rovina del castello dice inequivocabilmente al pellegrino che ha raggiunto l’approdo sicuro, forse con qualche secolo di ritardo.
E’ il primo pomeriggio e un nuovo dolore al tallone sinistro promette di farmi compagnia per un po’. Io e Giacomo staremo qui stanotte, gli altri continueranno fino a un casolare alcuni chilometri più avanti. Cerchiamo un bar in cui congedarci come si deve, in cui prometterci che comunque ci rivedremo domani per completare la tappa assieme. Ci dicono che a Cammarata è tutto chiuso, che bisogna scendere di qualche metro fino a San Giovanni Gemini. C’è un che di volutamente vago in questa risposta: tutto è chiuso in questo momento, tutto è chiuso oggi oppure definitivamente?
Il “vota Sì” di un manifesto di fronte al nostro ristoro ci ricorda che giusto ieri i cittadini dei comuni di Cammarata e San Giovanni Gemini, geograficamente quasi indistinguibili, sono stati chiamati a scegliere se continuare ad essere divisi o fondersi in un’unica amministrazione. Non so nello specifico nulla dei pro e dei contro, magari si è fatta la scelta più sensata. Fatto sta che anche oggi noi gattopardi abbiamo deciso di lasciare tutto così com’era. Che questo confine non lo vogliamo proprio passare.

L’arrivo a Cammarata

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