Sulla Magna Via Francigena – 6. Chi torna e chi resta

Da San Giovanni Gemini a Sutera

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Ogni volta che ci vede con il piattino vuoto, per una sorta di non pubblicizzata promo “aperitivo del pellegrino” la cameriera del bar si avvicina al nostro tavolo con dell’altro cibo, una declinazione in chiave happy hour dell’evangelico “avevo fame e mi avete dato da mangiare”. Che siamo pellegrini non c’è bisogno che si esponga una credenziale per dimostrarlo, né è l’inafferrabile aura mistica che ci piace pensare di avere. E’ che proprio abbiamo l’outfit sbagliato! Largo Nazareno è un susseguirsi di localini tirati a lucido che non sfigurerebbero nella movida di una grande città. E’ sera di un giorno feriale, ma strada e tavoli risuonano di un rumorio giovane e ben vestito. Cerchiamo di indovinare un po’ le età: non sembrano scolari eppure che ci fanno qui? Dove sono le loro università, i loro lavori lontani da casa? Il Lunedì sera, Largo Nazareno a San Giovanni Gemini sembra non conoscere la terribile legge della fuga. E’un dato di fatto che fatico a comprendere perciò decido di concentrarmi sul nuovo piattino e sul fondo della mia birra.
“A cosa brindiamo domani?”, domanda Giacomo, ormai bravissimo ad intercettare i miei pensieri.
“Vediamo: domani cambiamo di nuovo provincia. Si fa una breve puntata nel nisseno. La tappa poi è data come ‘impegnativa’. Quindi potremmo semplicemente brindare all’esserci ancora”. E, d’improvviso, mi appare chiaro cosa ci faccia qui tutta questa gente vestita a festa.

30 Aprile – Martedì

C’è un uomo dal viso buono al termine della discesa verso la valle del Platani. Cura il suo orto e ogni volta che vede passare un pellegrino interrompe per un attimo il suo lavoro, prende un pugno di fave dolcissime e le offre in cambio di un po’ di storie. E’ una simbiosi, il vivifico scambio di felicità che ogni viandante racconterà di aver sperimentato. Ogni pellegrino che arrivi a Sutera ha così, più o meno nascosto in qualche tasca dello zaino, almeno un baccello di fave, prova tangibile del miracolo di una memoria collettiva in lenta formazione.

Si cammina per un po’ tenendo sulla sinistra nell’ordine la ferrovia, il fiume e la SS 189 fino a che la giusta combinazione di guadi non consente di passare dall’altra parte e in un’altra provincia. Qui inizia la salita interminabile verso Acquaviva Platani, paesino che in barba ad ogni legge della Fisica non scivola rovinosamente a valle. Lo attraversiamo, a passo lentissimo e senza sprecare un grammo di ossigeno, nel deserto dell’ora di pranzo quando solo i folli sono fuori casa. Un’anziana signora in abito nero è l’unica anima in giro e con fatica immane e solo in virtù del nostro orgoglio di trentenni riusciamo a sorpassarla in salita.
Alcuni minuti dopo avere lasciato Acquaviva, pochi passi avanti a me, Giacomo getta in aria i suoi bastoni di legno accompagnandoli con una imprecazione fra le più classiche; per me è segno che la salita è finita.
Consumiamo un po’ di fave poggiati sulla parete di un altarino che non regala nessuna ombra, solo la promessa di qualche discesa dolce e una straordinario panorama sulla rocca di San Paolino, la nostra meta.

Si affianca un’auto, l’unica che incroceremo per il resto della giornata, e l’uomo al volante ci porge due grossi pezzi di pane ancora caldo. E’ un insegnante in pensione, racconta. Semel magister, semper magister, ci riprende con fermezza quando gli illustriamo i nostri piani. “Ma voi state correndo, non state assaporando niente”, è l’ultima critica che un camminatore al termine di una lunga salita si aspetterebbe, ma a quanto pare si è sempre più di fretta di quanto si dovrebbe. Per quanto il passo si faccia lento, ci sarà sempre il dettaglio che avrebbe meritato almeno una sosta, per quanto a lungo ci si possa fermare, ci sarà sempre qualcosa (o qualcuno) che avrebbe meritato una vita intera. Ma siamo viaggiatori, destinati a perdere dettagli e occasioni anche solo per avere una scusa per tornare o un rimorso da conservare. Come studenti in cerca di una sufficienza all’interrogazione però gli promettiamo che ci fermeremo un paio di giorni a Sutera, e da buon insegnante lui finge di crederci.
“Non correte”, dice nello sforzo di ingranare la prima marcia. Forse siamo promossi.
E forse un po’ abbiamo corso davvero perché, inaspettatamente, scopriamo di essere davanti al resto del gruppo. Ci rivedremo a Sutera, ancora una volta, ancora senza averlo pianificato, a condividere la stessa casa. A bordo strada, quando il percorso decide di fare una lunga deviazione per aggirare un colle, l’occhio di Giacomo viene attratto da una pecorella di pezza. La poniamo al centro della carreggiata, a guardia del messaggio che scriviamo su un foglietto: “Pellegrini, ecco la pecora. La strada è quella giusta”. Sarà un involontario atto di espiazione del nostro “peccato di fretta”, ma vogliamo regalare una sosta, una nuova occasione di lentezza ai nostri compagni di avventura qualche passo dietro.

Il finale di tappa è fatto per restare scolpito nell’anima. Il sentiero è un serpente bruno che striscia sul crinale appuntito di colli di smeraldo. Sempre davanti agli occhi nuvole che forse promettono la prima pioggia del cammino insidiano la rocca, alle cui pendici già sonnecchia Sutera. Ad ogni passo la scena si arricchisce di dettagli. Inizi con il distinguere le case dalla pietra, poi dalle ombre gli alberi, uno per uno. Scorgi qualcosa in cima: è una chiesa? Un monastero? Un castello? Istintivamente lo sguardo cerca fra le rocce un sentiero per raggiungerlo perché è fuori discussione che stasera non si arrivi fin lassù.
In una bella casetta sul limitare del paese ci accoglie Calogera; lo fa in un modo cui ormai dovremmo essere abituati ma che invece stupisce sempre. Ci consiglia di prendere parte alla visita guidata alla rocca che partirà a breve.

Chiara e Simona, sorelle poco più che ventenni, sono le volontarie che guidano il gruppetto cui ci accodiamo all’ultimo momento. Il gruppo non si potrebbe dire propriamente di turisti; sono suteresi emigrati in Germania da ormai mezzo secolo, accompagnati dai loro discendenti. C’è chi torna a cercare la sua infanzia e chi mette piede in per la prima volta in un paese un po’ suo. Man mano che la salita svela i diversi quartieri del paese il più anziano del gruppo diventa un fiume in piena di ricordi e aneddoti che riversa su di noi, unici veri forestieri. Ecco laggiù è il Rabato, che fu il Rabat, il quartiere degli arabi cacciati fuori dalle mura. “Quelli del Rabato noi del Giardinello li chiamavamo ‘i saracini'”, racconta l’uomo sfogliando orgoglioso l’album dei campanilismi. “Poi il paese ha iniziato a svuotarsi e siamo rimasti troppo pochi per insultarci fra di noi… così abbiamo iniziato a prendercela coi racalmutesi”.
Chiedo, glissando sull’ultima parte della storia, quanti abitanti faccia oggi Sutera.
“Siamo poco più di mille”, risponde Chiara, indicando sotto di noi un paese che in passato di gente deve averne ospitata almeno cinque volte tanta.
Ancora una volta mi ritrovo a camminare in una Sicilia svuotata del suo centro, in cui l’unica via sembra essere quella di fuga, e l’unico ritorno quello rapido da turista, straniero nel paese natìo.
Eppure il cammino mi mette, giorno per giorno, di fronte ad eccezioni. Calogera ad esempio, che in questo momento sta apparecchiando la tavola per la nostra colazione di domani, è nata in Germania da genitori emigrati, ma da vent’anni è tornata in Sicilia. Alla domanda “perché?” risponde indicando fuori dalla finestra, verso la campagna.

Il gruppo inizia la discesa verso il paese mentre Maria e Marco ‘il Pelle’, con Blu e Ombra, ci raggiungono in cima alla rocca (forse hanno anche loro intuito e sognato quel sentiero sulla parete da lontano).
Restiamo ancora un po’ con Simona e Chiara, le rubiamo ancora un po’ alla pizza che ci dicono attenderle a casa. Ho bisogno di capire il loro ruolo in questa storia, e dove tutto andrà a finire.
Si prendono cura, con altri ragazzi, del museo etno-antropologico di Sutera. Sono braccia, gambe e cuore della memoria storica del paese, un uomo che, in modo fra il fumettistico e il mitologico, chiamano semplicemente “il professore”. Scopro che Simona è anche consigliere comunale e studia per fare della politica la sua vita. Queste ragazze non sono rimaste chiuse dentro il loro paese. Sono le sole ad averne le chiavi!

Sono qui in cima, in compagnia di altre due eccezioni alla regola. Da quassù si vede tutta la tappa di oggi, quella di ieri e quella di domani. Da un lato la mole del monte Cammarata, dall’altro la promessa di un mare nuovo che si avvicina. Hai l’impressione di poter vedere l’intero mondo dall’ombelico della rocca di San Paolino. E quasi ti sembra di comprenderlo.

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