Sulla Magna Via Francigena – 7. “Su Sciascia era vivu…”

Da Sutera a Racalmuto

Leggi la tappa precedente

Impero è un altro dei “tornati a casa”. Tornato dalla gavetta e dai bei ristoranti del capoluogo con l’idea di prendere in mano le sorti del locale in cui stiamo cenando e di farlo qualcosa di inconfondibilmente suo. Il suo nome è un fossile: lo ha ereditato da uno zio, il quale se lo era trovato per quell’usanza del ventennio di confondere il patriottismo con la fame e dare ai neonati certi nomi in cambio di un istante di serenità economica. Lui però un fossile non lo è per nulla. Hai l’impressione che, se l’universo lo consentisse, potrebbe raccontarti la vita sua e della sua ascendenza tutta senza prendere fiato, il tutto mentre continua a posare sul tavolo vassoiate di “antipasti del pellegrino”. Il gruppo si è riunito per la cena. Scopro che manca Rino il quale, appena arrivato a Sutera ha smesso i panni del viandante per vestire quelli del buon padre che non potrà mancare al concerto del primo Maggio del figlio. Tutti gli altri, ad eccezione del Pelle che nel frattempo non si fa persuaso di quanto scandalosamente fuori misura sia il rapporto quantità/prezzo di questa cena, andranno via domani finita la tappa.
Sulla carta quella di domani, Sutera-Grotte, è la giornata più lunga e impegnativa della Magna Via. Per me è quasi un pellegrinaggio dentro il cammino; mi fermerò qualche kilometro prima di Grotte, a Racalmuto paese di Leonardo Sciascia. Scopro che anche per (uno dei) Marco la trepidazione è la stessa. Quasi non capisco come sia possibile che un bergamasco apprezzi tanto il sicilianissimo autore, ma è un pensiero stupido. Del resto proprio Sciascia aveva compreso e restituito la Sicilia in un modo che a noi stessi siciliani era sfuggito. E questo non glielo perdoneremo mai.

1 Maggio – Mercoledì

Io e Giacomo partiamo più tardi del resto del gruppo, non abbiamo la stessa fretta, nessun taxi che ci aspetta all’arrivo. Ci siamo salutati, certo, ma con poca convinzione: i nostri piedi ormai si conoscono e ci suggeriscono che ancora una volta, l’ultima, finiremo per camminare assieme.
Ci mettiamo in cammino con la mente carica delle storie dei nostri ospitalieri Calogera e Giuseppe. Ci hanno raccontato del loro rientro dalla Germania, di quanto sia difficile coltivare un orticello di vita serena nel caos del nostro paese. Per loro deve essere stato un tuffo nell’oceano del paradosso, l’abisso dell’italico non senso. Ma, altro paradosso, parlano della loro scelta come di qualcosa di più che sensato: tornare è stato necessario.

Avanziamo per i primi kilometri seguendo i fuoripista che di tanto in tanto i nostri compagni avanti a noi ci suggeriscono via messaggio. C’è un sentierino a malapena visibile, ad esempio, ipotenusa del percorso ufficiale all’uscita del paese, che è un Bignami di questa parte di Sicilia: si cammina fra fiori cui ti piace ignorare il nome di fianco a muri di fichi d’india che promettono qualcosa di dolce, basta avere pazienza. O quell’altro, a mezza costa di un colle che scivola sulla valle del torrente Gallo d’Oro, che a un certo punto finisce, regalandoti il piacere ansioso di navigare a vista su un mare di erba alta increspata dal vento, col passo incerto fra un fosso e l’altro, fra spine nascoste.
C’è tanto asfalto se si sceglie, o si è costretti a scegliere, la variante invernale che baratta il guado del torrente con qualche kilometro in più sulla provinciale 24. Ma questo non rende il cammino meno bello. Se il tempo è quello giusto e il vento leggero soffia dalla gola della valle, fermati sul ponte stradale che ne attraversa l’ultima propaggine e riempi polmoni e cuore del profumo della zagara che pare baciare il tuo corpo accaldato. Così intenso, così perfetto esiste solo su quest’isola, tanto da esser valso al fiore che lo emana quel nome arabo “zahra” che vuol dire semplicemente “fiore”. Impari qui che odore ha un archetipo.

Il dolore al tallone sinistro torna con la salita asfaltata e all’arrivo a Milena è diventato quasi insopportabile. E’ mezzogiorno del primo Maggio e il deserto luminoso del paese è interrotto solo dalla figura in jeans di Salvatore che “da grande” (ma credo sia già più vecchio di me) vuole fare la guida per pellegrini, “tanto”, ci dice, “il cammino lo so tutto a memoria”. Fedele alla sua vocazione è venuto incontro a noi forestieri all’ingresso del paese per condurci all’unico locale aperto, dove “delle persone ci aspettano”. Salvatore ha un’andatura un po’ zoppicante, io molto più di lui e riesco a fatica a stargli dietro.
Ecco al tavolo le persone che ci aspettavano, ecco che ancora una volta i nostri piedi non si erano sbagliati. Prima di rimetterci tutti insieme in marcia approfitto delle sedie comode per allentare i lacci delle scarpe e scoprire così un nuovo paradiso.

Lasciato il paese di Milena, in cima all’ultima grossa salita della tappa perdiamo di vista Giacomo e il Pelle, che si attardano presso un casolare in cui una comitiva che sarebbe più corretto definire “esercito” consuma il pranzo del primo maggio, infinito anch’esso. Ci raggiungono soltanto quando siamo in vista di Racalmuto. Cosa sia loro successo rimarrà sempre intriso di leggenda: ad ogni racconto aumentano i bicchierini di grappa fatti in casa e le uova sode offerte ai pellegrini. Ad ogni racconto la scorciatoia inventata per raggiungerci in tempo poi diventa sempre più dritta, in pendenza e irta di pericoli.

Pochi passi ancora con il cuore gonfio, non per la fatica di un arrivo in salita che, se c’è, è diventato un’abitudine, ma per il pensiero che ogni passo ci avvicina ai saluti. I congedi delle comitive che il destino di un viaggio aggrega seguono in genere il solito rituale di promesse già disattese, fatto di “non facciamo che poi non ci si vede” oppure di “mi raccomando una bella pizzata… almeno un aperitivo” fino a improbabilissime organizzazioni anzitempo delle prossime vacanze. Oggi niente di tutto ciò. Alla vista del taxi che puntuale attende al cartello di ingresso di Racalmuto, messo lì a comporre un set perfetto, lasciamo tutti i nostri sentimenti ad un abbraccio che scioglie le articolazioni, scalda i tendini, dà un nome alla fatica di ogni passo fatto assieme. Le promesse destinate a mantenersi non si fanno con la bocca, ma con i piedi.

Quel che resta del gruppo (Giacomo, il Pelle, Blu, Ombra e io) entra in paese accolto da uno strano corteo. La banda del paese, Sindaco e assessori in testa e dietro la piccola processione, stesse facce, stesse espressioni penitenti che qui in Sicilia accompagnano le statue di ogni santo. Ma qui il santo non c’è. E’ un corteo laico per la festa dei lavoratori? Una funerale al Lavoro che è venuto a mancare, una cerimonia religiosa sui generis o un inestricabile mescolamento di tutto questo? Poco di cui stupirsi: siamo entrati nella Regalpetra di Sciascia, ci muoviamo, guidati dal corteo nel complesso labirinto delle sue parrocchie.

Saranno i saluti che ci hanno appena consumati, sarà aver appena realizzato di essere ad appena due passi dalla fine di un modo di vivere che iniziavo a credere potesse durare, ma qui, oggi, mi sento quel “cretino” del Professor Laurana, convinto che ci avrebbe capito qualcosa, illuso per un attimo di averlo fatto. E invece?
Invece non mi resta che svuotare il bicchiere di granita al limone dalla sua ultima cucchiaiata, mentre salutiamo il Pelle e le cagnette, diretti a Grotte.
“A domani”.

2 Maggio – Giovedì

Il pasticcere riempie davanti ai nostri occhi due cornetti con un quantitativo illegale di crema. Sulla porta, a tagliare una tenda anti-mosche di quelle che non pensavo avessero superato il nuovo millennio, un anziano si lamenta a voce alta in modo da farsi sentire dal barista poggiato alla macchina del caffè all’angolo opposto del locale. Borbotta di qualche scandalo, non fa nomi pur accertandosi che l’interlocutore abbia perfettamente capito di chi si parla. Ogni tanto si aiuta con qualche titolo: “il dottore ha fatto”, “l’onorevole ci ha detto”… c’è poco da capire per chi questi piccoli mondi li attraversa di sfuggita, seppure alla velocità del cammino. Difficile però da dimenticare il modo in cui l’anziano si congeda. Un teatro tanto perfetto da essere universale. L’uomo scosta la tenda, si gira: “Su Sciascia era ancora vivu, a st’ura s’avvissi addivirtutu!”

Recent Posts

Archives

gigiadmin Written by:

Comments are closed.