Terra senza fine

Credo abbiano lasciato scegliere al caso, nell’attribuzione dei ruoli da assumere di fronte a noi europei, i due dell’equipaggio. E caso volle che Aziz, il più anziano (impossibile dire quanto siano anziani gli scavi sul suo volto) fosse il guidatore della Toyota J70 classe ’83, mentre Moses, faccia da ragazzone ma comunque padre di quattro figli, dovesse fare la parte di cuoco di bordo. Mansione che, non so se per contratto di categoria o semplicemente per via  dell’indole casinista di Moses, include l’intrattenimento on-board con canti tradizionali e lezioni di Swahili, lingua nella quale mi scopro di una imbarazzante inettitudine. 

La magia culinaria di Moses consiste nel fare comparire dal nulla ad ogni pranzo dei cestini di plastica arancione contenenti sempre lo stesso menu proletario (ogni elemento è studiato ad arte per ricordarci la natura ontologicamente low-cost del nostro safari tanzaniano): un panino ripieno di cose, un uovo sodo, un succo di frutta e un pezzo di pollo arrostito, secondo i calcoli, il giorno prima della partenza. Cosicché il pollo arrostito del sesto giorno avrebbe portato con sé quel misto di nostalgia e salmonella che gli amanti delle frasi fatte chiamano “mal d’Africa”.    

A mezzogiorno del terzo giorno di safari raggiungiamo il cancello orientale del parco del Serengeti, un’immensa pianura  di 30.000 chilometri quadrati. Aziz si ferma a parlare con i custodi per risolvere la questione dei nostri ingressi al parco. Si sta riprendendo da una febbre che lo ha costretto, negli ultimi due giorni, a guidare in un bagno di sudore. A differenza del suo compagno, apre bocca quasi esclusivamente se interrogato o per chiederci se è tutto ok, se ci stiamo divertendo, se stiamo riuscendo davvero davvero a vivere il momento presente; da queste domande si capisce che di europei, con il loro bagaglio di ansie e nevrosi, i loro macigni di pensieri, ne deve avere accompagnati parecchi. Ogni tanto si lascia sfuggire qualche frase di poche parole che sono un punto panoramico su una vita chiaramente difficile: intuiamo un passato di problemi con l’alcol e forse anche trascorsi da bracconiere, o magari anche questo è frutto del nostro essere euro-psicopatici.   

Nell’attesa dei lasciapassare Moses ci stupisce con cestini arancioni ripieni di panini, uova sode, pollo invecchiato e succo di frutta da consumarsi sotto lo sguardo di un gruppetto di zebre. Appena due giorni fa avrei corso come un disperato a fotografarle da tutte le angolazioni, in uno stupido “carpe diem” che mi avrebbe reso sordo al monito delle nostre guide: “non preoccuparti, ne vedremo migliaia”. Ci ho messo poche ore a capirlo, il primo giorno: fotograficamente parlando, le zebre sono  animali infestanti. Puoi giocare a evitarle, ad escluderle dall’inquadratura, ma loro sono più forti di te. Sarà un loro eccesso di vanità o un loro eccesso demografico.

I cestini si svuotano, i lasciapassare arrivano e ai finestrini abbassati della Toyota, improvvisa, una lezione sull’infinito.   

Per tutto il pomeriggio Aziz segue tracce più o meno immaginarie, svolta con sicurezza a incroci fra sentieri di polvere gialla che vengono dal nulla e portano al nulla. Ma all’occhio allenato ogni nulla è nulla in un modo diverso: questo sono le vere guide. Di tanto in tanto si incrociano altri fuoristrada, le guide si fermano a scambiare qualche parola; dai gesti sembra che si diano dei suggerimenti su dove è stato avvistato un ghepardo in corsa, un rarissimo leopardo disteso su un ramo, un branco di elefanti (sulle zebre non ha senso scambiarsi informazioni). I sentieri smettono di essere tracce visibili, diventano racconti fra cacciatori che ci guidano nella terra senza fine, in cui la mente si disperde nella conta degli orizzonti che si scavalcano sempre uguali fino a quando il sole calante la inonda di una luce mai vista prima eppure incredibilmente familiare. Ecco l’Africa che conosco, pensi. Ma non perché si riconosca l’atmosfera da documentario o da film Disney. La conosci perché ha qualcosa a che fare con te. Se l’Asia è Storia, l’Africa è preistoria. Peggio: è il luogo di una voce tanto antica da essere, fuori da ogni tempo, essenza dell’esistenza. A voler ridare dignità alla frase fatta, il “mal d’Africa” è sulla punta della lingua penzolante della femmina di Ghepardo, credo sia incinta, che ho a pochi metri da me. Guarda verso il sole calante, mentre riprende fiato disperata. Di tanto in tanto si volta a guardare un punto preciso fra l’erba secca. Notiamo lì uno strano movimento e tutto appare chiaro: ha appena atterrato una preda, ma un gruppo di avvoltoi, troppo grossi per lei l’ha cacciata via e adesso banchettano con il frutto del suo sforzo. Nel continuo girarsi e distogliere lo sguardo da un pasto non fatto, la bozza di un sentimento che è da sempre dei predatori quanto delle prede. Che è tuo, ma che nel contempo hai perso. Scoprirsi estranei all’esserci fuori dal tempo dà una strana sensazione. Fa male il “mal d’Africa”.

Il sole che tocca l’orizzonte è il segnale che dobbiamo raggiungere in fretta il nostro accampamento, l’unico luogo sicuro nelle notte del Serengeti. In vero non c’è nessuna recinzione a renderlo sicuro, è che qui, ci dicono, gli animali sono abbastanza intelligenti da non avvicinarsi. Eppure, le notti quasi insonni sono piene di versi. Poco distanti, le zebre abbaiano (sic!), a pochi metri un gruppo di iene trova, negli avanzi della cena, il proprio paradiso. Qualche scimmia viene a rubare in dispensa e, di tanto in tanto, combina un casino. D’un tratto, sua maestà, poi il silenzio. Il ruggito di un leone si è sentito distante ma chiaro come un richiamo all’ordine, una definizione  senza ambiguità di ogni gerarchia dell’esistenza.

Al mattino troviamo Aziz impegnato a cacciare una scimmia che si è infilata in auto dal tettuccio. Ci legge in faccia la domanda e indica un promontorio all’orizzonte: “Il leone di questa notte era laggiù, saranno cinque o sei chilometri”.

E se mi chiedessero di indicare uno dei momenti che più ho impressi della mia vita finora, riguarda  proprio un incontro con dei leoni, proprio quella stessa sera.

Era il tramonto del rientro in tenda, non si incrociava più nessun altro mezzo, quando la fretta di rientrare di Aziz si interrompe con una frenata. Il sentiero davanti a noi è proprietà di due lenocini che giocano. A bordo strada, due leonesse riposano. Spunta dall’erba un altro cucciolo, poi un altro ancora. Alla fine ne contiamo dodici più le adulte: è la vita che esplode davanti ai nostri occhi. Restiamo a guardarli per un tempo impossibile (e inutile) da quantificare. Il sole è già scomparso ma la luce del crepuscolo basta ancora a riempire i nostri ricordi di immagini. Anche le guide sono rapite: Moses è muto, Aziz, con il mento poggiato sul volante sorride.

La scena, familiare in ogni senso, ci rapisce a tal punto da non farci notare la comparsa di un maschio, enorme, il muso perso in una criniera annerita. Una delle femmine si avvicina a lui, gli annusa la bocca… e gli molla una zampata, un ceffone un pieno viso.

“Ti sembra l’ora di tornare a casa?” è definizione  senza ambiguità di ogni gerarchia dell’esistenza che da Teramo al Serengeti accompagna i tramonti di ogni specie. Che sia un vezzo autobiografico del dio che ha fatto tutto questo, che da prima dei tempi riceve zampate sul muso dalla sua signora?

Perché è chiaro che una dea c’è, e vive in Africa. Sua è quella voce ancestrale. Nel suo corpo, come in quello di ogni donna amata, gli uomini perdono i loro orizzonti. Il suo ventre è una pianura senza fine. In Swahili: Serengeti.   

Recent Posts

Archives

gigiadmin Written by:

Comments are closed.