Un metro fuori casa

Alcune idee stanno lì, in un angolino della mente. Sono quelle che non ballano alla festa, rimangono sotto il sole ma un metro fuori casa, lontanissime dal diventare ossessioni o anche solo chiodi fissi, ma quando guardi in quella direzione: eccole!

Così, da tre anni a questa parte, ogni volta che mi veniva in mente di esplorare i dintorni di casa mia, tornava l’idea: devo trovare la chiesetta di Santu Liu. Sapevo in che zona cercare, un buco da qualche parte sulle coste rocciose di Cava Celone, una delle tante rughe della terra che, intrecciandosi fra loro, rendono Ragusa un’isola senza mare attorno.
Le “cave” sono fratture che per secoli hanno dato riparo ai vivi e ai morti fino a diventare un groviglio tridimensionale e infermo di grotticelle, cunicoli, aperture, casupole diroccate e sentieri “liquidi”, che un giorno ti portano in un punto e il giorno dopo, causa un albero suicida, il capriccio di un mucchio di pietre, la testardaggine di un rigagnolo in cerca di nuove strade o la semplice presa di posizione della forza di gravità, ti lasciano fermo in un punto, a domandarti per quale motivo hai camminato per due ore rischiando ripetutamente di romperti l’osso del collo. Sia chiaro: credo che molto spesso si tratti di sentieri relativamente facili, come dimostra il fatto che alcune vacche li raggiungono per il solo raffinato piacere di cacare in un posto diverso; evidentemente sono io che ho un rapporto conflittuale con l’equilibrio…

Succede dunque che puoi anche sapere dove cercare, puoi anche sapere che forma abbia quel preciso buchetto fra mille altri e passarci vicino più e più volte, una volta due metri sotto, un’altra cinque metri sopra, la volta successiva la strada non c’è più. A quel punto, Santu Liu diventa una questione di principio. Ma non è solo per una geografia bizzarra.

Santu Liu, in pratica si fa peccato a tradurlo, a rigore dovrebbe essere Sant’Elia. Quale che sia dei vari santi elii non è chiarissimo, ma con tutta probabilità si tratta del profeta biblico. Di fatto poco importa: Santu Liu è il dio della pioggia. Perché abbiamo voglia di segnarci croci e recitare padrinostri, politeisti eravamo e politeisti continuiamo ad essere.
In quel buco di chiesetta bizantina, in cui oggi possiamo ancora vedere l’altare in buono stato, qualche ricordo di affresco, impossibile da capire se non si è del mestiere e una miriade di iscrizioni in greco e di croci, lì, per un buon migliaio di anni, ha riposato la statuetta del santo dio della pioggia, dimenticato da tutti, il classico cugino lontano.
Tranne quando la siccità si faceva insopportabile. Allora, quando il sole di Sicilia, rabbioso più di qualunque temporale battente, rinsecchiva le piante e le anime, la gente accorreva a portare in processione la statua di Santu Liu, certi tutti che il problema si sarebbe risolto di lì a pochi giorni.
L’ho chiamato Santo e mi sbagliavo. Mi sono corretto in dio, e ho peggiorato le cose. Perché ecco il prodigio della mente semplice del popolo dei sentieri complicati: Santu Liu è il tecnico dell’acqua, né più, né meno! Nessuna complicata teologia, chi se ne frega se la storia della pioggia ha origine dal libro dei Re, nessun sentimento di timore religioso dietro una processione che era solo una precisa ricetta per far piovere. Se continuava a non piovere, i fedeli punivano Santu Liu lasciandolo un metro fuori casa, sotto quel sole che non si ostinava a coprire. E vogliamo vedere se non riparava il danno alle tubature…

Alla fine, quel buco perso fra i capricci della terra e nell’oblio delle menti umane, l’ho trovato! Ancora una volta, c’ero passato pochi metri sotto e ancora una volta non avrei notato nulla se, prodigio dell’improbabile, su quel sentiero ormai a fondovalle non avessi incontrato un uomo, un altro con quelle idee in testa, che la chiesetta l’aveva trovata pochi minuti prima di me. “Ti ci porto io”, ha detto con l’aria fiera di chi ha appena fatto rientrare un’idea lasciata per troppo tempo un metro fuori casa.

Nota a fondo pagina
Della chiesetta ho fatto un paio di foto con lo smartphone, promettendomi di tornare meglio attrezzato (e con chiunque voglia farmi compagnia) per rendere un minimo di giustizia alla bellezza del luogo.
Ho anche segnato le coordinate, eccole:

36°56’36”N, 14°42’15”E

Forse è un peccato ridurre tre anni di idea a due numeri. Forse una delle cose belle è stata aver dovuto cercare una informazione fuori da internet. Non siamo più abituati, ed è questo il punto. Il paradosso dell’informazione immediata è che fra poco avremo perso tutto ciò che per sua natura è memoria lenta. Ciò che è stato per secoli sta morendo con gli ultimi esemplari che non sanno accendere un computer. E, se permettete, è un gran peccato.

Recent Posts

Archives

gigiadmin Written by:

Comments are closed.