Una ballata del mare annoiato

L’amica di amici, con sempre qualcosa di noioso da raccontare. Quella volta era appena rientrata dalla crociera. Bellissima, la crociera. Dieci giorni. Su tutto il Mediterraneo.
“Però la Tunisia è brutta!” sentenziava. “Scendi al porto, tutto sporchissimo. Poi ti fanno fare la foto sul cammello e basta. E’squallida”. Come dire: ti fermi alla diramazione Roma Sud e dici “però sta capitale me l’aspettavo meglio”. Ed è anche improbabile che quello fosse un cammello.

Forse non è l’atmosfera da villaggio vacanze senza via d’uscita ciò che più mi mette a disagio del concetto di ‘crociera’. Piuttosto appunto la pretesa di farlo passare per un viaggio. Quelle quattro ore alla volta a terra a comprare souvenir non sono neanche turismo: sono l’alibi morale per un qualcosa che altrimenti avresti potuto fare anche a casa.
Però le navi mi sono sempre piaciute: la loro mole, il pesante carico materiale e spirituale, i tempi a cui non siamo più abituati. L’epoca dei transatlantici è finita da un pezzo, e quelle immense città galleggianti che sono le navi da crociera sono limitate a tragitti giocattolo che si potrebbero tranquillamente fare con una piccola barca a vela. Così, se si vuole solcare l’Oceano da passeggeri, l’unica possibilità è imbarcarsi su una nave mercantile. Nessun passatempo, se non quello di guardare il mare e mantenere un profilo basso per evitare di infastidire i marinai che su quella nave ci lavorano.

A bordo della Suprema, diretta da Palermo a Genova ho tempo di pensare a tutto questo. Impiega venti ore a percorrere il tragitto, nelle quali la cosa più interessante che si possa fare è annoiarsi mortalmente, specie se si viaggia da soli. Gli svaghi di questa ‘piccola crociera’ (così la definisce uno dei manifesti appesi alle pareti) sono ridotti al minimo sindacale, per evitare di poter interferire con il flusso di coscienze dei naviganti. C’è una sala cinema che proietta film in bianco e nero; non sono film vecchi, solo che il proiettore è mezzo rotto. Ma anche volendo è impossibile trovare posto dacché i sedili sono stati okkupati la sera prima da alcuni passeggeri paganti che però amano comportarsi da clandestini.
C’è una piccola piscina, ad apertura stagionale (sempre parole del poster). Ti avvicini, contempli la rete protettiva, l’unico oggetto verde di una nave bianca e blu, e capisci che la stagione cui il poster si riferisce deve essere stata l’Estate ’91. C’è anche una cantante su basi midi, che a fine esibizione ti minaccia con frasi del tipo “ci rivedremo alle undici e poi di nuovo alle diciassette”. Non ti resta che leggere un po’, prendere qualche costosissimo caffè e gironzolare per la nave: uscire sul ponte, percorrere i corridoi nei due sensi, provare ad aprire le porte chiuse, andare al bagno anche se non ti scappa.
E fare foto alla gente. Con lo stesso profilo basso di cui sopra, perché su una nave, per quanto grande possa essere, una persona incazzata ti ri-incontra sempre.

Subito i volti delle persone che inquadro mi liberano da quell’idea del poster, dalla disattesa promessa/minaccia di una ‘piccola crociera’. Qui tutto funziona al contrario. Nessuno è su questa nave per vacanza e, magari per rispetto, nessuno prova a farli divertire. Così, libero dalla maschera del vacanziero rincoglionito, ogni volto racconta la sua storia. C’è chi magari rientra a casa dalle lunghe vacanze siciliane, c’è chi va lontano per lavoro. Ecco, è chiaro che quella massa di capelli ricci pensa al suo ragazzo lasciato a terra. Però non gli sta scrivendo, non è piegata su whatsapp, perché qui non c’è campo. Pensa a lui, e basta.
Alcuni anziani hanno l’aria dolce e terribile di chi lascia casa per la prima volta. E’ uno sguardo che prima o poi sarà estinto.
Per tutti i motivi di questo mondo, su questa nave siamo tutti viaggiatori. Non è la crociera dell’amica di amici, e neanche una nave container sperduta al circolo polare. Somiglia ad una terza classe, di quelle che non esistono più.

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