Una vita a Čita

Čita. Si pronuncia Cit[th]à, e se provate a pronunciarlo diversamente non vi capiscono.
È la prima città attraversata dalla linea transiberiana dopo dopo la biforcazione della trans-mongolica. La vera ferrovia transiberiana parte da Mosca e arriva a Vladivostok. Nella versione per turisti, invece, giunti a Ulan-Ude, si piega verso sud, si attraversa la Mongolia, si entra in Cina e, viaggiando verso Est, si arriva finalmente a Pechino.
Dei pochi stranieri che scelgono invece di arrivare a Vladivostok, la maggior parte percorre la tratta finale da Ulan-Ude in un’unica soluzione (ci vogliono quasi quattro giorni).
Čita, pronunciatela come volete, è dunque la prima città sulla transiberiana a non vedere quasi mai stranieri.

Io e l’avvocato arriviamo nella tarda mattinata e ci dirigiamo verso il nostro albergo. Si tratta di un parallelepipedo alto una decina di piani. Grigio chiaro fuori e grigio scuro dentro (ma è solo una questione di illuminazione). Percorriamo una hall stretta come un corridoio. Una donna delle pulizie è intenta a lavare un lungo tappeto grigio-rosso mentre alla nostra destra un acquario vuoto vorrebbe mentire riguardo antichi fasti.
L’hotel, praticamente l’unico della città prenotabile da fuori Russia, era molto probabilmente un intourist, le strutture ricettive di partito che ai tempi dell’Unione sovietica si occupavano di ospitare i compagni i viaggio (molto) organizzato. Ce ne sono parecchi sparsi in giro per la Russia, li riconosci perché è facilissimo calcolarne il volume. Alcuni si sono rimodernati, acquistati dalle grandi catene occidentali, altri, come questo, sembrano invece orgogliosamente singhiozzare i loro ultimi giorni in preda a una nostalgia canaglia.
Eccoci alla fine del corridoio. La ragazza dietro una elegante grata ci lascia una chiave. Ottavo piano. Il corridoio al nostro piano è buio. Alla penombra di una finestra in fondo distinguiamo la sagoma di una donna delle pulizie intenta a lavare un lungo tappeto grigio-rosso. La camera è immensa, a modo suo fastosamente rifinita e con l’aria condizionata. Ecco lo spirito intourist: siamo degli ispettori del partito, o una delegazione straniera in visita. Quasi mi coglie il timore che la giovane compagna in reception, accampando improbabili scuse, ci impedirà di visitare il centro città.

Perdiamo in camera un paio di abbondanti ore, giusto il tempo di una rinfrescata in modalità bradipo e scendiamo di nuovo giù. Al pian terreno, la donna delle pulizie è ancora intenta a lavare il lungo tappeto grigio-rosso, forse non smetterà mai.
“Scusi”, chiedo alla compagnetta dietro la grata, “prima di fare un giro per la città” (evito di chiederle se è possibile fare un giro) “potrebbe timbrarci il lasciapassare?”

Interludio. Cos’è il lasciapassare?
Uno degli oggetti più sfuggenti di un viaggio attraverso la Russia, il lasciapassare è una cartaccia da collezionare, che in qualche modo attesta che, durante i tuoi spostamenti, ti sei spostato. Come funzioni esattamente nessuno lo sa. Secondo alcuni va timbrato se in una città si sta più di tot giorni (quanto è il tot? E chi lo sa…). A detta di altri va fatto solo se stai meno di quel tot. No, che dite: va fatto sempre, a prescindere. No, invece non serve a niente.
Cosa succede se ti trovano senza? Un po’ tutte le sfumature di reazione comprese fra niente e una terribile morte, passando per il classico ‘ti rispediscono a casa senza troppi complimenti.
Come si ottiene il lasciapassare? In genere ci pensa l’albergo o l’ostello in cui alloggi. Alcune strutture lo realizzano a chilometro zero, con un timbro rubato chissà dove, altri si lamenteranno di dover andare con il tuo passaporto presso un qualche ufficio (e per questo, a volte, decidono che è il caso di aggiungere una tassa alle spese di soggiorno). Come al solito, la burocrazia è un tappeto sporco su cui far banchettare ogni genere di parassita.

“Potrebbe timbrarci il lasciapassare?”. Forse è suggestione, ma la compagnetta risponde con la voce di Nadia, la funzionaria di partito del “compagno don Camillo”.
“Non timbriamo lasciapassare qui”.
Pausa.
“E dove?”, osa l’avvocato.
“Ufficio visti, in quella direzione”, puntando il suo indice magnetizzato verso Est-Nord-Est.
Pausa. C’è un pianeta intero in quella direzione.
“Dopo piazza”. Ok Nadia, gentilissima. Non tentiamo oltre la sorte. Ci avventuriamo. Abbiamo una direzione e una piazza da attraversare.

Il centro città è pulito e soleggiato. Camminare, dopo 40 ore di treno, è un piacere. Di tanto in tanto ci fermiamo davanti a un locale la cui wi-fi gratuita straripi fuori in strada (l’avvocato ha un po’ di Skype arretrati). Istintivamente ci fermiamo davanti all’ingresso di un palazzone e, senza motivo, decidiamo che quello deve essere il nostro ufficio. Nel grande atrio, inutile dirlo, c’è solo un uomo, intento a lavare il pavimento di marmo.
“L’ufficio visti?”, tentiamo in inglese. L’uomo finge di capire e ci fa segno di salire: credo sia la sua risposta ad ogni domanda, in ogni lingua.
Al primo piano troviamo solo un ufficio aperto. Alla nostra domanda, l’omone dietro la scrivania indica la porta a fianco, chiusa. É davvero possibile che tirando a indovinare, abbiamo trovato il nostro ufficio? Ovviamente no: il suo dito puntato contro la porta si traduce “là dietro c’è qualcuno che comprende la vostra lingua da Yankees. Chiedete a lui”.
“Lui” si chiama qualcosa come Alisha (non lo sapremo mai con esattezza), ed é una ragazza bruna di 26 anni, di quella incredibile, tenera bellezza che… Ok, devo restare sul pezzo.
“L’ufficio visti?” domanda di rimbalzo. Ha l’aria (ma quanto è bella, Ali-come-si-chiama…) di una che sta per dare una risposta a caso. È un po’ lo sport nazionale, da queste parti.
“Vi ci porto io”, dice invece gettandosi via dalla sedia (ma quanto è alta, Ali-come-si-chiama…). Davvero? No dai, sei a lavoro.
Lancia un’occhiata al tizio dietro la scrivania dall’altra parte, dice qualcosa. Il gigante fa cenno di farci sparire (o di accompagnarci: a certe latitudini i due concetti iniziano a confondersi).

Alisha (facciamo che si chiama così), passo svelto dall’alto dei suoi tacchi, percorre con noi praticamente mezza città.
“Non dovevi, sei molto gentile” inglesizza insistente l’avvocato.
“Certo che dovevo, non passano molti turisti da queste parti. Poi io sono un’ insegnante di inglese e qui l’inglese non lo parla nessuno. Almeno con voi farò un po’ di pratica”. A dire il vero fra noi e lei non è che l’inglese se la passi benissimo. Resta comunque una piacevole conversazione ad alto battito cardiaco: lei corre proprio, ma non perché ha fretta. Corre anche quando ci riempie di domande. come una bambina curiosa
“Che ci fate voi qui? Di dove siete? No, non conosco Sicily. Che lavoro fate?”
“Io sono un fisico nucleare” dico con il mio brevettato ghigno d’attesa del classico ‘wow’, che questa volta però non arriva, soppiantato da un àtono ‘capito’.
“Lui invece è un avvocato”.
“Reeeeaalllyy? Woooow”. Ah eccolo il wow (maledetta, dolce Alisha). “Non posso crederci… Non è vero: gli avvocati vanno in giro in giacca e cravatta”. Qui mi sa che non colgono il concetto di ‘ferie’.
Imbocchiamo una stradina, entriamo in un piccolo cortile. Ecco l’ufficio: più simile a un grande chiosco di panini, in realtà.
Se ce ne fosse bisogno, Alisha ci fa notare che non parliamo russo e si offre volontaria per chiedere per noi. Le spieghiamo la faccenda, lei annuisce e schizza dentro uno degli uffici, come una che sa il fatto suo.
Ci mette cinque minuti esatti.
“Ok, tutto fatto. Dicono che non esiste nessun lasciapassare”.

Lasciamo Alisha (perché lo abbiamo fatto?) e restiamo in giro per tutto il pomeriggio. Siamo in Russia da più di venti giorni, e abbiamo imparato a riempire il nostro tempo con il sublime nulla che questi posti offrono. Al tramonto, passeggiamo per i sentieri di un giardinetto pubblico. Dei vecchi carri armati, in fila a far bella mostra di sé, sono stati presi d’assalto da alcune bambine. Piccole Alisha e piccole Nadia, ballano su quegli strumenti di morte, che per un attimo non sono altro che il loro palcoscenico.
In certi momenti penso che il mondo stia girando per il verso giusto.

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