VIAGGIO AL TERMINE DELLE COSE – EPILOGO

Redenzione

 

1 Novembre

Tutto ciò che dobbiamo fare è passare di nuovo il confine in direzione Romania e trovarci all’aeroporto di Iași entro le sei del pomeriggio. Potremmo prendercela con comodo, aspettare l’ora di pranzo e prendere un minibus, ripercorrendo esattamente al contrario la strada di quattro giorni fa e riavvolgendo le sensazioni vissute allora per vedere se visto così, un travagliato ingresso verso l’Unione Europea ha più senso. Ciò che non ha senso però è l’idea di passare un’altra mezza giornata a Chișinău (mi attanaglia, appena sveglio, il terrore di scoprire che non ci siano neanche altri supermercati in cui rifugiarsi). Meglio allora allungare la tappa: partire qualche ora prima, fare una deviazione di 60 chilometri verso il quasi sito UNESCO di Orheiul Vechi, ritardare di una tappa il nostro cammino verso casa.
Spiego il piano a Veronica, le chiedo di darci una mano a trovare qualcuno disposto a trasportarci al monastero e quindi in aeroporto. “No problem”, ma la sua sicurezza crolla quando realizza che l’aeroporto a cui mi riferisco non è quello di Chișinău, a due passi dalla città, bensì quello di Iași, un’altra nazione, un confine da attraversare. “It’s a problem”, diventa allora, e quasi mi dispiace farle iniziare il turno al telefono per accontentare un paio di occidentali viziati. Il fatto, spiega, è che, al di là dei tempi molto stretti, del sempre presente spettro dei ritardi alla frontiera, per fare un lavoro del genere è necessario trovare un autista che abbia tutti i documenti al loro posto. E, a quanto pare, questo dettaglio genera sulla guancia di Veronica una imperdonabile ruga d’ansia.
Solo questione di tempo, di telefonate, di qualche soldo in più, ed ecco apparire Igor, uomo con l’espressione da “criminale ma solo per necessità”, visibilmente zoppo e dotato perfino di un vocabolario di Italiano da una decina di parole racimolato durante una breve e disastrosa esperienza (non) lavorativa dalle parti di Genova; dice di cavarsela molto meglio con il portoghese anche se neppure a Lisbona è mai riuscito a trovare niente di che. Per mettere insieme i pezzi di un lavoro decente è dovuto ritornare in patria, si lascia capire utilizzando le sue dieci parole e posando a fine frase una pausa strategica che in tutte le lingue del mondo vuol dire “riflettete su questo paradosso”. Fissa lo sguardo su di me, in attesa di un cenno di intesa, ma sono immerso in altre stupide contemplazioni: la mia natura di raccoglitore di immagini mi ha sempre relegato, nei viaggi in taxi, nella prima linea delle relazioni sociali guidatore-gruppo; in altre parole nel posto davanti, da cui, in teoria, si gode di una vista più completa e si può essere più pronti a far fermare l’auto in caso di necessità fotografica. A meno di non avere davanti a sè un lunotto scheggiato da un probabile colpo di mazza, lo stesso colpo (ecco la mia stupida contemplazione) che potrebbe aver messo fine ad una gamba e alla carriera malavitosa di Igor.

Poco dopo mezzogiorno Igor ferma l’auto all’imbocco di un sentiero in salita. Fa due gesti con la stessa coppia di dita: prima poggia le punte sul palmo della mano mimando una camminata e indicando la salita con lo sguardo, poi ruotando la mano (adesso le due dita sono un numero) e battendo sull’orologio. Il monastero di Orheiul è in cima al sentiero, ci si arriva a piedi, ci vediamo qui fra due ore: chi ha mai bisogno di una lingua parlata se ha con sé un indice e un medio?

 

Il monastero sorge su un promontorio, una lingua alta sulle campagne circostanti che si sporge nel punto in cui il fiume Raut, un immissario del Dnestr, cambia idea e varia la direzione del suo corso creando un nodo che stringe la terra facendola sollevare fin quasi a generare un’isola. Da qui basta inciampare perché ti ripeschino sul mar Nero, non lontano da Odessa, passando prima per Tiraspol: buona parte del viaggio appena passato riassumibile come il terribile incidente di uno sventurato monaco del luogo.
A sinistra il fiume è proprio a perpendicolo sotto di noi, ricalcando alcune decine di metri più giù il percorso del sentiero su cui ci troviamo. Uno speroncino roccioso con una croce di pietra consente un affaccio stupendo su una campagna che inizia il suo letargo. Dal lato opposto il promontorio è meno scosceso, degrada come una collina verso un villaggio grigio di poche case a ridosso dell’altra riva del fiume. Gli unici segnali di vita che salgono da laggiù sono il fumo denso di un comignolo, che si espande, diventa vapore, si fa aria e scolora il cielo, e il rumore ritmico di una betoniera lasciata a lavorare in proprio. Lungo il sentiero, in una quindicina di minuti, attraversiamo tre piccoli cimiteri. Basta guardarsi intorno per rendersi conto di come tale affollamento non possa essere una semplice questione di vicinanza alla casa dei propri cari. Quelle che sul momento liquidiamo goliardicamente come le lapidi dei turisti caduti nel tentativo di raggiungere il monastero, sono in realtà ultime preghiere, il desiderio di una eternità traquilla affidato alla sacralità di un luogo, eternamente difesa da un fiume che si è piegato a scudo contro il resto del mondo. Sono contento per quanti abbiano scelto di riposare qui che l’Unesco abbia deciso di non inserire il sito fra i patrimoni dell’umanità, preservando così questo umano silenzio dai venditori improvvisati di cartoline, dai pullman parcheggiati in fondo, dai bar, dalle stelline di qualche guida. Può darsi che il mio sia solo un moto di egoismo, di narcisismo, che stia peccando della sindrome da Grand Tour. Nel dubbio lo metto nella lista dei peccati da rimettere alla sacralità del luogo e continuo ad arrampicarmi.
Sulla punta più alta dello scudo, con il Raut su tre lati, finalmente il monastero di Orheiul Vechi. A quanto ne sappiamo questo luogo ha visto insediamenti fin dal paleolitico e le prime comunità di monaci a partire dal XIV secolo; ciononostante l’edificio principale è piuttosto recente e sicuramente lontano dall’essere un capolavoro dell’arte ortodossa. E’ però intatta l’aria di santità delle chiese d’Oriente, con le loro piante centrali e perciò senza un vero centro che non sia chi vi sta dentro, con le vite di santi e madonne raccontate come fumetti sulle pareti colorate che contrastano con la monocromia dell’ambiente su cui sorgono.
Mi arrampico su una scaletta in cima alla torre campanaria, giro tutto intorno al complesso guadagnandomi, senza colpa, gli schiamazzi di un branco di oche asserragliate su un vecchio camioncino. Sembra non esserci nessuno a parte noi.
Laggiù, fra le case del villaggio, un uomo ha iniziato a riempire di sabbia la betoniera. Con fare da camoscio, S. caracolla verso valle. Lo vediamo rivolgere la parola all’operaio, intuendo a distanza dai gesti una di quelle conversazioni bilingue nelle quali il nostro compagno di viaggio è maestro.
Ritorna in cima con il fiatone e una soluzione piuttosto lineare: “Ha detto che dobbiamo bussare alla porta del monastero…”

Di fronte a noi, alla porta, un uomo povero, vestito completamente di nero, la barba bianca. Sembra vecchio quanto questo luogo, viene il dubbio che sia proprio lui, che quelle rughe siano roccia, il volto di Orheiul Vechi, il vecchio Orei.
Orei indica il sentiero, ma non per cacciarci via. Indica una piccola costruzione bianca proprio di fronte alla croce panoramica. Ci fa cenno di aspettarlo lì.

La costruzione si rivela l’ingresso di una galleria scavata nel cuore del promontorio. Appena dentro, una tremenda umidità annebbia i vetri della macchina fotografica. Al termine della galleria si apre lo spazio di una chiesetta scavata nella roccia con a fianco altre piccole caverne che fungevano da celle per i monaci. Il vecchio monastero ha sempre continuato ad esserci, nascosto agli occhi degli stranieri, profondo, segreto: non c’è un luogo sacro sulla montagna, il luogo sacro è la montagna. La chiesetta riceve un po’ di luce da una apertura sulla parete a strapiombo. Ti affacci (non c’è nessuna ringhiera) e hai il fiume esattamente sotto i tuoi piedi.
Appena la vista si abitua alla luce debole degli angoli più nascosti, scopro di essere circondato da decine di immagini sacre, piccole icone appese sulla nuda roccia umida che, illuminata dal tremolio di tante candele accese, sembra un sistema di cascatelle. Da quanto sono accese tutte quelle scintille gialle? Ogni cosa qui si fa antica, ogni possibilità di cambiamento sembra non avere senso, dal momento che del divenire manca un ingrediente: il tempo. Fra queste rocce magiche, dove gli uomini decidono di riposare per sempre, se accendi una candela ti sopravvivrà.

 

 

Pomeriggio

Deve esserci rimasta della polvere di eternità fra i vestiti, perché il viaggio verso Iași si fa infinito. Esaurito il vocabolario, Igor non dice più una parola.
La spia del carburante si accende, ma anche la riserva a quanto pare è senza fine così riusciamo a viaggiare ancora per un centinaio di chilometri prima di doverci fermare in una stazione di servizio che fra le altre cose serve hot dog di quella ricetta che, uguale in tutto il mondo, ti dà la confortante certezza dello schifo che stai per mettere in bocca.
L’infinito rientro, fedele alla sua natura, si protrae troppo a lungo così arriviamo al confine con la Romania in serio ritardo. E’ già buio e dalle luci riconosciamo una fila di auto, non è ben chiaro se parcheggiate o in attesa di procedere.
Igor accosta e, ancora in silenzio, si alza, si aggrappa al fianco della sua auto, raggiunge la stampella nel portabagagli e si allontana zoppicando (lo vediamo discutere con un gruppo di persone non lontano). Ritorna accompagnato da un uomo: continueremo il viaggio con lui, a quanto pare. Un tassista, dice, impiegherebbe troppo tempo a racimolare tutte le scartoffie, presentarle al posto di guardia… no, non ce la faremmo ad arrivare in tempo. Molto più facile farsi dare un passaggio da uno psicopompo “civile”. “Non preoccupa. Già pagato io”. Ecco le carte in regola di Igor: un compare disposto a farci salire come fossimo suoi amici. E che strana compagnia di amici in quell’auto: tre italiani, un ragazzo di nazionalità imprecisata, un autista rumeno e una ragazza moldava a suo fianco. L’agente alla dogana raccoglie sei passaporti di colore diverso. Apre il mio, si blocca. “Italiani”, dice alzando i pollici. E siamo in Romania.

Epilogo

Arriviamo all’aeroporto di Iași in tempo, anzi in anticipo dato che il volo partirà con un’ora e mezza di ritardo. In fila ai controlli, due anziani catanesi interrogano con fervore un ragazzo dall’accento napoletano reo di portare con sé una merce sconosciuta, un esemplare di fanciulla transnistriana. Li sentiamo affogarlo di domande su quel posto mai sentito, su come funziona, su come lui ci sia arrivato.
La ragazza è in evidente disagio per il fatto di essere oggetto di straripante attenzione, libera un filo di voce e chiede al suo uomo il perché di tante domande. Lui le sorride e spiega, come farebbe con una bambina, semplicemente rigirando la domanda in forma affermativa.
“C’è già stata in Italia?” chiede uno degli anziani. Si rivolge direttamente al ragazzo, senza incrociare lo sguardo di lei. Risponde che è la prima volta che esce dal suo paese. La prima volta che vedrà il mare. Un angolo della bocca di lei sembra sorridere.

La vedo svuotarsi le tasche e togliersi gli stivali per attraversare il metal detector, poi, goffa come chi non ha mai fatto nulla di simile, provare a rimettere tutto addosso, con la fretta che ti fa inciampare e perdere tempo. Dall’altra parte, il suo ragazzo, il suo salvatore, colui che le spiegherà perché l’acqua del mare e salata e perché se ne bevi un po’ mentre stai ridendo ha perfino un buon sapore, fermo, la aspetta. Non arrivo a leggere la sua espressione. Non so quali intenzioni, quali sentimenti lo animino. Si tratta di uno di quei casi in cui è naturale pensar male. A pensar male si fa peccato, e, mentre poso l’orologio sulla vaschetta, a fianco al passaporto che non ho poi strappato sul serio, mi rendo conto che, in questo mondo, pensar male è l’ultimo peccato di cui abbiamo bisogno. Lo so perché l’ho vista, finalmente dall’altra parte, con gli stivali al loro posto, correre da lui e abbracciarlo. E’ bella lei, figlia di una patria che non esiste, al confine di un continente che non ha mai iniziato veramente ad esistere, di una terra su cui, camminando, ti puoi imbattere in luoghi in cui il tempo si è disastrosamente bloccato in un istante, e altri in cui non è mai esistito. Gli occhi degli uomini, stanchi, riposano nei suoi, che sono di un colore che stupisce, come un attimo di felicità dove non te l’aspetti. E’ bella lei, stretta stretta al suo uomo. Di una bellezza che è redenzione per ogni cosa.

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