Viaggio al termine delle cose – Parte prima

Nessuna strada porta a Roma

 

28 Ottobre – Mattina

Esercizio di grafia creativa.
Le prime due pagine del mio taccuino sono occupate da un pensiero di quelli che esistono per non essere letti da nessuno. A pagina tre inizia l’esercizio. In bilico sulla gamba destra, accartocciato in un minibus sulla strada che dal confine rumeno arriva a Chișinău, capitale della Moldavia, i continui balzi della penna inventano caratteri nuovi, una lingua fatta di lettere oblunghe, ripensamenti, tratti ubriachi e imprecazioni fra le righe. Partiti da Iași quasi puntuali, è bastato passare il confine per rendersi conto di quanto illusorie sarebbero state le due ore e quaranta previste. Quel confine, il limite di un piccolo staterello senza sbocco sul mare che a chiudere gli occhi si fatica a piazzarlo sulla carta geografica della nostra memoria, è anche la fine dell’Europa a stelle su fondo blu; l’occidente del “pareggio” economico e culturale finisce all’improvviso. Le ombre di Bruxelles e di Berlino, la commedia buffa dell’efficienza e la tragedia della politica ormai fuori moda saltano in aria con la tua penna alla prima buca. Cosa avevi intenzione di annotare, straniero? La strada che tende la mano dell’Unione verso Chișinău è una balla: cartelli, ruspe e operai lasciati ad arrugginire parlano di “lavori di riqualifica della strada”. Ma la vita fangosa che vedi passare fuori dal finestrino ti dice che è sempre stato così. Pezzo per pezzo, anzi, l’asfalto insicuro scompare, divorato dal fango. Passa per un attimo l’idea che quelle ruspe siano là per nascondere definitivamente il collegamento fra due Europe. Nessuno fra poco se ne ricorderà, perché se provi a prendere un appunto, straniero, la penna ti vola via dalle mani.
Prendo la rincorsa, pianto la penna su foglio e provo a scrivere una data…

27 Ottobre – Tardo pomeriggio

Sul volo diretto da Catania a Bacău conto quattro italiani. I primi tre siamo noi; il quarto, seduto alla mia sinistra, è un catanese che mi parla delle sue dubbie intenzioni “lavorative”. Mi accorgo che non è rumeno perché parla l’italiano peggio degli altri. Le dinamiche neo-melodiche d’atterraggio assumono a queste latitudini dimensioni che fanno riflettere; l’applauso al pilota, ad esempio, inizia all’apertura del carrello e non appena l’aereo tocca la pista, molti passeggeri sono già scesi da cinque minuti. È già buio e la gilda dei tassisti a guardia dell’oscuro sentiero che collega l’aeroporto alla città ha i volti di chi, per il tuo bene, non possa farti uscire se non “accompagnato”. Lungo la strada per la stazione il nostro guidatore ci propone di accompagnarci direttamente lui a Iași (sarebbero poco meno di due ore di treno), lo fa dapprima in una lingua a noi incomprensibile, poi chiedendo l’aiuto da casa. All’altro capo del telefono una ragazza, la classica fidanzata onnisopportante che ha fatto inglese a scuola (forse va ancora a scuola a giudicare dal timbro della voce) dice che the driver (con il tono di chi voglia dire quell’idiota) could bring you directly to Iași (leggi: non si farà vivo neanche questa sera) for seventy euros (che comunque non userà per portarmi fuori a cena). Cortesemente rifiutiamo l’offerta.

Fatta eccezione per le bandiere dell’Unione che gridano “ehi anche noi siamo occidentali”, la stazione di Bacău ha il rigore architettonico e la temperatura umana di una stazione Sovietica, senza però l’atmosfera di imponente dignità che quelle vertebre della spina dorsale che regge l’Asia hanno. Resta uguale il senso di degrado, di sopravvivenza a gloriosi tempi che, sospetti, qui non ci siano mai stati. Il treno per Iași però passa puntuale. Nel nostro scompartimento una donna sulla quarantina si impegna a non incrociare neanche per sbaglio il nostro sguardo; lo fa con la stessa insistenza di chi non ti toglie gli occhi di dosso.
Da una decina d’anni a questa parte, la Lonely Planet ha escluso la Moldavia dalle sue guide. L’ultima traccia risale a un capitoletto in appendice alla guida 2005 della Romania in possesso di G. La sfogliamo distrattamente facendo scivolare i nostri discorsi sulla situazione politica rumena, o meglio su quello che riusciamo a intuirne appiccicando assieme a la Italienne ricordi, letture e sentito dire. La donna accanto a noi capisce soltanto gli innumerevoli Ceausescu di cui ci riempiamo le bocche. Cosa vuol dire quel suono per lei: fa paura? Nostalgia? Ha perso significato fino a diventare rumore? Lei, in silenzio, guarda da un’altra parte. Nel dubbio ci mettiamo in silenzio anche noi. Provo a guardare fuori. È buio pesto, idiota. Imparo dalla compagna di viaggio e guardo dentro.

La stazione di Iași racconta un’altra storia. Costruita alla fine dell’ 800, quando andava di moda copiare pezzi di Venezia e incollarli in giro per il mondo, ha un’eleganza medio-europea e medio-orientale, magari un po’ disneyana per la nostra estetica fondata sull’Ikea. La storia è quella del treno, la macchina-verme che, prima di ogni retorico panumanesimo, avrebbe dovuto ingegneristicamente tenere tutto incollato, da Vienna a Baghdad, da Parigi a Istanbul in poche ore. Ma era già tardi allora ed è tardi stasera: la stazione inizia a dormire. Prima di cedere al sonno profondo, il bigliettaio, da dietro una nicchia nascosta fra i sesti acuti di questo palazzo ducale, ci dice che il prossimo treno per la Moldavia passerà alle quattro della notte; Iași è, come sempre, un capitolo intermedio, notturno fra storie più lunghe. Scegliamo di passare la notte in città e di prendere il minibus delle 10.40.

Un vialone deserto disseminato di cartelloni pubblicitari di cabinet stomatologic (la salute dei denti qui non va presa sotto gamba) ci porta al nostro albergo. Il giovane alla reception parla italiano (almeno così dichiara in una strana lingua neolatina), è incredibilmente cortese ma anche altrettanto inefficiente: dopo aver tentato, invano e senza che nessuno glielo avesse chiesto, di prenotare il minibus per noi, prova, invano, cartina della pro loco alla mano, di spiegarci la strada per il centro. Prima di gettare la spugna ci prova con un “non potete sbagliare: seguite la strada con le pietre d’acqua dura”. Spiazzato da questa via di mezzo fra uno svarione di google translate e una rilettura del mago di Oz, cerco conforto nei miei compagni di viaggio. La loro professione di avvocati li ha abituati a sfoderare una straordinaria faccia da culo anche nelle situazioni più difficili. “Ah, perfetto. Tutto chiarissimo”, dice S. con un sorriso da post cabinet stomatologic.
Il palazzo della cultura, centro neogotico della città, è stato rimesso a lucido grazie ai fondi UE (se non è il modo migliore di spenderli, di certo è il più immediatamente visibile ed è comunque parecchio meglio che rispedirli al mittente ringraziando per il gradito pensiero); è bello da vedere, se non si fa caso all’immenso centro commerciale a ferro di cavallo che lo cinge d’assedio. A fianco troviamo l’unico locale aperto, un English pub che come tutti gli English pub fuori dall’Inghilterra puzza un po’ di parco a tema. Faccio il bellissimo ordinando alla cameriera, che non ha bisogno di fare la bellissima, una birra locale. Arriva una bottiglia di Zaganu: al primo sorso conquista… il mio disprezzo. Penso sia ora di farmi insegnare quella cosa della faccia da culo o non ne uscirò vivo.

28 Ottobre – Molto più di due ore e quaranta minuti dopo

Per chiarire fin da subito che la pianificazione turistica qui c’entra poco, la stazione degli autobus di Chișinău si trova in mezzo a un quartiere mercato. L’ultima mezz’ora di viaggio trascorre nel tentativo di percorrere duecento metri di banchi della frutta dal colore spento, carne secca e altri cibi che non riesco a riconoscere (do la colpa al finestrino sporco delle quasi cinque ore di viaggio appena trascorse).
Veronica, receptionist dell’hotel, che ti fa immaginare quanto sarebbe bello vederla sorridere, segna su una cartina apparsa dal nulla le cose che vale la pena vedere. Non lo sappiamo ancora, ma Veronica sarebbe stata la cosa più bella che avremmo visto a Chișinău — colpa di entrambe: Veronica la Bella, e Chișinău, che a volerle bene è una periferia da 800.000 abitanti. Lo sa la nostra receptionist, che completa il suo elenco con l’aria di chi, da un momento all’altro si bloccherà per dirci: “Sapete che non siete a Parigi, vero?” Mostra molto più entusiasmo Sergiu, fattorino-faccendiere que abla espanol— es como el italiano— e che sa bene che vengono a fare gli italiani che passano di qua. In cambio di un sigaro ci regala una serie di consigli che, ovviamente, non seguiremo.

Nella lista di Veronica c’è la cattedrale della natività, giusto a due passi dall’hotel, con annessa torre campanaria, che non è neanche brutta, se ignori che è stata costruita nel 1997 (troppo giovane per noi anche da essere umano, figuriamoci come campanile). Poi un arco di trionfo, simbolo della città, copia in piccolo e in nuovo di tanti altri che, a ovest di qua celebrano il trionfo della guerra sul buon senso, e un lungo viale di palazzoni del potere d’epoca squisitamente sovietica. Fermo ad un incrocio, come un pedone che prenota il suo turno con il braccio alzato, la statua di re Stefano III di Moldavia — detto cel mare (il grande)— che nel XVI secolo difese l’esistenza della sua piccola casa prima dagli ungheresi che venivano da sinistra, poi dai turchi da sotto e quindi dai polacchi da sopra. Non male per uno che non sa come si prenota un semaforo pedonale.

 

Senza quasi rendercene conto, il flusso del nulla da vedere ci porta a chiuderci dentro un centro commerciale dal pavimento in ritardo di un paio di decenni e, ancor più dentro, ci ritroviamo al supermercato. Niente di caratteristico, nessuna intenzione turistica. Con l’euforia che viene dal punto più basso della noia, ronziamo fra gli scaffali di birre semi-sconosciute— riconosciamo però la nostra amata Baltika, compagna di Siberia— e i banchetti dietro cui ragazzine dagli occhi dolci ti offrono momenti di felicità in forma di pratici cubetti di formaggio. Fuori è il tramonto di questo pomeriggio da turisti falliti e siamo alla frutta. Non in senso figurato, lo siamo davvero: al mio fianco, un paio di donne tastano con le mani quanto le mele valgano il loro prezzo. Un gesto che, uguale in tutto il mondo, stabilisce con prepotenza l’essere a casa. Forse è questo il punto. Noi viaggiatori, che non perdoniamo a nessun luogo il non esplodere di bellezza, che non tolleriamo una strada senza monumenti nè bei palazzi perché ci fa sentire usurpatori della casa di qualcun altro. E più questa casa ti risulta anonima, più il disagio cresce. L’inquilina posa la mela, ti guarda incuriosita mentre gironzoli per casa sua (sapete che non siete a Parigi, vero?) ma ti lascia fare. E tu, che sei un turista scemo, arrivi a non capire come sia possibile passare la vita a resistere ai turchi sotto, ai polacchi sopra, agli ungheresi di fianco, per difendere il banco frutta del tuo supermercato.

 

A cena alla birreria “Chișinău” sotto l’hotel, arriviamo addirittura a chiedere “something tipical”. Per accontentarci, il cameriere fa scomparire dalla faccia il suo sorriso di circostanza e poi ci porta dei piatti a caso del menu. Non lontano dal nostro tavolo, in una lingua purtroppo familiare, tre uomini organizzano affari, il loro personale contributo all’assassinio del paese più povero d’Europa: “O siamo dentro o mandiamo tutto a monte. Dobbiamo prendere tutto noi”, dicono. E le loro parole sono morsi al collo di Veronica, che spero a quest’ora stia già dormendo. “Secondo me questi tre dopodomani li trovano a galleggiare sul Dnestr”, si vendica G.

Notte – di un giorno imprecisato, di un anno imprecisato

In sogno mi pare di riconoscere una ragazza bionda e magra, anche per gli standard del posto, che emerge da un fiume di gente per poi nascondersi dietro un muro d’omone che tiene in mano l’asta di una bandiera. È il 2009 e Veronica avrà al massimo diciotto anni. Ha le idee diluite assieme a quelle di tanta gente. Una massa unica riempie i giardini, circonda la cattedrale, assedia l’arco di trionfo. Il campanile è a pochi passi da me, ma credo che impiegherei delle ore a raggiungerlo e una volta là non saprei cosa fare. I filo-russi, da tempo saldamente al potere, chiamano questa marea “protesta lilla”. Sono qui sfiniti dagli ennesimi brogli elettorali, sempre gli stessi con lo scettro saldo in mano, investiti dalla volontà di un Popolo che è più una favola che altro. Come i loro cugini “arancioni” in Ucraina hanno gli occhi rivolti verso l’Europa: se c’è giustizia sociale, se non si vuole più avere fame —che, pare, sia la stessa cosa— è con loro, con Bruxelles, dicono, che dobbiamo allearci. “Allearci”, dicono, sentendo nelle ossa che la guerra non è mai finita. Difficile dire chi stia combattendo, chi vinca e chi muoia. Il fiume però, oggi, ha deciso che si deve cambiare.

La stessa piazza, la stessa gente un po’ invecchiata per i sette anni trascorsi e per il modo in cui sono trascorsi. A Gennaio del 2016 sono di nuovo tutti qua. Non vedo Veronica — adesso non dovrei avere più problemi a riconoscerla, così uguale a quando la incontrerò per la prima volta fra dieci mesi— forse ha già avuto l’impiego in hotel ed è di turno, forse non le interessa più la protesta, che non ha più colore, forse la ragazzina di sette anni fa non era lei.
Cosa è successo? Avevate scelto di andare in direzione dell’Europa che conta, di togliervi di dosso l’aria da russi d’Occidente. Cosa vi ha regalato l’Occidente vero, se non un nuovo spavaldo modo di farvi fottere? Gli stessi ladri, che stavolta non si prendono neanche la briga di nascondersi, e nuovi uomini “d’affari” che parlano anche la mia lingua continuano un sistematico stupro del paese. Un bel giorno dalle casse della banca di Stato è letteralmente scomparso un miliardo di Euro. Più del 15% del PIL dell’intera nazione è finito, senza troppi giri, diritto in tasca a tre o quattro persone. Non ho idea di come siano andate esattamente le cose, forse nessuno nella folla che mi sta intorno lo sa. È chiara la spiacevole sensazione di essere stati ancora una volta avvelenati. Qualcuno dice che il paese resisterà ancora una volta. Qualcuno sente il veleno prendere il sopravvento.

 

Un po’ defilato, ad un incrocio lasciato libero dalla folla, riconosco Stefan cel mare, il re. È seduto su una panchina, l’aria visibilmente stanca mentre si massaggia un braccio dolorante tenuto troppo tempo alzato in segno di vittoria. “Hai visto Veronica?” gli domando. Non so perché, nel sogno, non ho di meglio da chiedere a un sovreno leggendario. “È a casa, sul suo letto. Tre lupi l’hanno morsa al collo”.
“Si salverà?” chiedo ingenuamente.
Stefan adesso massaggia l’elsa della spada, sorride da un lato. “Tutto ciò che so fare” dice “è guerra. Posso gettare i lupi nel Dnestr, niente di più”.
Il Dnestr, penso, il fiume Nistro. Appena sveglio, domattina, salirò su un altro minibus per attraversarlo.

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