VIAGGIO AL TERMINE DELLE COSE – PARTE QUARTA

Chernobyl – com’è fatto ciò che non esiste più

31 Ottobre – Mattina

Il pulmino che viaggia lungo la strada che da Kiev va verso il confine nord è diverso da quelli cui siamo abituati: sedili comodi e larghi, sospensioni esistenti e un riscaldamento che riesce perfino a contrastare la giornata più fredda incontrata finora. La temperatura per oggi non salirà sopra lo zero e il vetro del finestrino arriva a raccattare qualche fiocco di neve che, qua e là, si forma lungo il percorso.
Fra i compagni di viaggio nessun fazzoletto in testa, nessun sacchetto di plastica riusato all’infinito e pieno di chissà cosa, nessuna mini-gonna fuori moda, nessuna croce dorata su tonaca nera, nessuna barba bianca dalle punte ingiallite attorno cui riunirsi in preghiera. Qui si trasportano turisti: accenti diversi, abbigliamenti “tecnici”, zaini, smartphone adibiti a macchine fotografiche. Qualcuno tiene in mano un dosimetro personale preso a noleggio alla partenza per una decina di dollari, non so con quale spirito, se per gioco, per una curiosità un po’ perversa, per dar prova ai colleghi a casa di una avventura, ben impacchettata ma pur sempre un’avventura, o se per quella che somiglia a una paura ben sedimentata sotto cento altre emozioni che mi capita di incrociare nello sguardo di un po’ tutti. Tieni premuto il pulsante a lato dell’affarino giallo, aspetta il ‘bip’ e leggi il display.
Partenza da Kiev, ore 8:15. ‘Bip’: 0.15 microSievert/ora, valore normale.
Due ore e mezza più tardi il pulmino si ferma in prossimità di una cappella con una Madonnina dal velo inzuppato di pioggia di guardia. Pochi passi più avanti un check point militare blocca la strada. Un cartello avvisa che ci troviamo al limite della prima area di esclusione, l’anello più esterno. Il reattore quattro della centrale di Chernobyl è a 30 chilometri da qui. ‘Bip’: 0.15 microSievert/ora, come a Kiev (mediamente meno che a Catania). Una guardia sorridente raccoglie i nostri passaporti e prende nota di nomi, cognomi, numeri di documento di quanti stanno per varcare il confine dell’area controllata. Sul foglio che si va riempiendo si legge che siamo membri di una “delegazione internazionale”. E’ un gioco: contatti via internet una agenzia specializzata in gite turistiche nell’area di Chernobyl e munita di tutti gli infiniti permessi del caso. Loro ti portano di fronte a una guardia che sa benissimo di avere davanti un turista, ma ufficialmente nessun turista può entrare nella zona di esclusione, quindi, per magia diventiamo delegazione internazionale. Il momento esatto in cui, durante il gioco, salti la linea della legalità, se mai succede, è davvero difficile da capire. In ogni caso, indossiamo i nostri panni da delegati e rispondiamo al sorriso della guardia che ci ritorna i documenti. E’ l’ultimo del mese: da domani cambiano i turni di guardia e l’euforia che ne consegue vuol dire per noi passare ovunque senza problemi.
Poco oltre il confine della zona di esclusione c’è un memoriale ai caduti della seconda guerra mondiale. Le regioni rurali dell’ex Unione Sovietica ne sono piene. Monumenti più o meno modesti raffigurano madri piangenti o soldati sconsolati guardare la vita allontanarsi, carichi di un sentimentalismo retorico che il tempo, il dolore di quanti con il passare degli anni vi hanno cercato inciso il nome di una persona amata, ha levigato fino a trasformarlo in qualcosa di autentico. Ai memoriali della regione di Chernobyl si è sommato un altro destino; da quando nel 1986 tutti i villaggi dell’area sono stati evacuati solo due volte l’anno è concesso agli abitanti di tornare a lasciare un pensiero ai cari caduti. Quando succede, ci dicono, per uno strano fenomeno di interferenza, il ricordo di due disastri si somma e la memoria diventa festa. La gente bivacca per un giorno intero di fronte alle statue tristi dei memoriali, mangia, si ubriaca.
Tutto intorno a noi, dispersi nella foresta folta, i resti di decine di villaggi rurali che la natura ha reclamato: case spezzate in due dalla prepotenza delle radici, muri di muschio da cui, autentiche vestigia di una civiltà scomparsa, emergono murali di propaganda. Di tanto in tanto qualche edificio più grande, ciò che resta di una casa del Popolo, fa intuire il ritmo organizzato delle giornate bruscamente interrotto dal disastro ambientale cui, senza soluzione di continuità, ha fatto seguito quello politico. Più si ascoltano i racconti dei giorni dell’incidente, di quanti a metà Maggio, a quasi un mese dall’accaduto, erano ancora lì quasi all’oscuro di tutto, più ci si rende conto di un dramma che va oltre il disastro nucleare fino a diventare il tracollo della via sovietica di stare al mondo, la filosofia del segreto portata alle estreme conseguenze: quando il segreto si svela da solo, il sistema, necessariamente, crolla. A voler peccare di olismo, e forse neanche troppo, si direbbe che fu il vento dell’Aprile 1986, che soffiò via un’aria carica di radiazioni verso i rivelatori d’Europa, il vento che dall’Italia faceva preoccupare mia madre, che in quel momento aveva un bimbo di neanche un anno, a far crollare, tre anni dopo, il muro di Berlino.
Bip’: la radioattività misurata è ancora bassa, a patto di non avvicinare troppo il dosimetro al terreno, il vero contenitore di materiale radioattivo, specie in corrispondenza di alcuni punti, estremamente circoscritti, segnalati da cartelli dal significato inconfondibile, hot spots in corrispondenza dei quali la dose registrata schizza a valori pericolosi. Ce ne è uno a due passi dall’edificio che ospitava una scuola. Dentro l’edificio quaderni lasciati aperti, bambolotti dimenticati sulle reti dei lettini, qua e là una scarpina spaiata lasciano il sospetto che ci sia stata una volontà organizzatrice  da parco giochi dietro certe scenografie troppo improbabili e da film. Anche le parole di Daria, la nostra guida dall’età indecifrabile, deviano a volte verso la platealità di cui, si sa, il turista ama nutrirsi. Per fortuna si tratta di poche note stonate, o meglio talmente intonate da innervosire in questo contesto.

 

La città di Chernobyl è la più grande dei dintorni per questo motivo ha dato il nome alla centrale nucleare pur non essendo l’insediamento più vicino. Si trova infatti ancora nell’anello di esclusione più esterno, fra 30 e 10 chilometri dal reattore, ed è tutt’ora operativa al 25%: nessuno vi abita ma molti vi lavorano, pur con turni ben regolamentati e piuttosto “fortunati” rispetto al resto del paese (solo quattro giorni a settimana di servizio, molte ferie e una paga mediamente più alta). Ci sono molti servizi, compresa l’acqua corrente che qui scorre in tubature sopraelevate per evitare che la radioattività del terreno la contamini. C’è una chiesa in cui, dicono, va di moda sposarsi, una marea di cani dall’aria tutto sommato felice, una statua di Lenin (caso più unico che raro al di fuori della Russia) e un monumento, realizzato a spese degli abitanti della zona, dedicato ai vigili del fuoco che hanno perso la vita nel tentativo di arginare il disastro.
C’è anche un bar, uno solo ovviamente, che, precisano i gestori, serve cibo prodotto al di fuori dell’area di esclusione. Con noi a pranzo si siede Peter, goffo spedizioniere di Oxford di mezza età con l’hobby di spedirsi in giro per il mondo. E’ in Ucraina, dice, perché era l’unico paese d’Europa che non aveva ancora visitato. Dico ridendo di comprendere perfettamente le sue ragioni, ma non è vero.

 

Al centro della città, un’area verde ben curata è tagliata in due da un vialetto che reca ai lati, con la regolarità delle lapidi di un cimitero, dei paletti con le vecchie insegne di benvenuto di tutti i paesi e villaggi abbandonati. C’è una statua, rappresenta una ragazza inginocchiata, le spalle abbandonate in avanti. Non so chi o cosa rappresenti, ma ecco di nuovo la malinconia negli occhi senza un vero sguardo, di nuovo il quasi sorriso subito ingoiato giù delle statue di Odessa. Non ci sono foglie che toccano il viso di pietra, qui è la neve, che inizia a cadere, lenta ma con più insistenza. E’ che certi volti sono fatti per essere accarezzati.

 

31 Ottobre – pomeriggio

Deviamo dal percorso principale verso un sentiero di grandi basole di cemento che si fa strada nel fitto di una foresta innaturalmente folta. E’ stata piantata per nascondere qualcosa: una città ombra, chiamata anch’essa Chernobyl così che, dai documenti di chi vi fosse nato non sarebbe stato possibile dedurre l’esistenza del luogo fantasma. La stessa strada era stata costruita in modo che, in caso di necessità, sarebbe stato possibile nascondere le basole e far scomparire ogni traccia del collegamento verso “qualcosa nel bosco”. Il motivo di tanto segreto si erge davanti a noi come un muro senza fine. E’ lo scudo anti-missili sovietico, una gigantesca e fallimentare radio AM che avrebbe dovuto ascoltare il disturbo prodotto da un razzo in partenza in qualunque punto del pianeta. L’incidente alla centrale ha segnato anche lo stop definitivo ai progetti militari della Chernobyl-ombra. La base venne abbandonata e tutti i documenti sensibili portati al sicuro a Mosca. Un altro argomento per quanti collegano il disastro di Chernobyl con il crollo definitivo del blocco Sovietico.

Nuovi controlli. Siamo dentro la seconda area di esclusione e ci avviciniamo al reattore numero quattro della centrale. Scopro che la centrale, con i suoi sei reattori, è ancora in funzione e produrrà energia fino al 2060. Per questo motivo è vietato fare foto in prossimità dello stabilimento, se non al reattore spento e all’enorme nuovo sarcofago, costato circa due miliardi di euro, che da qui a pochi giorni verrà lentamente spostato fino a coprire il reattore per almeno un altro secolo. Siamo fra gli ultimi ad aver visto in faccia il peccatore…

 

2.3 microSievert/ora: la radioattività dell’aria a due passi dal cancello d’ingresso della centrale è decisamente più alta, così come la frequenza dei ‘bip’ di quanti attivano il dosimetro preso a noleggio per un pornografico selfie. La natura attorno si è fatta più severa e sofferente; gli alberi hanno subìto un terribile fallout che li ha uccisi e ha virato il colore del loro legno verso un tono sanguigno: è la foresta rossa, un bosco morto, che ancora respira aria avvelenata, nel quale è assolutamente proibito entrare.
A poche centinaia di metri dalla centrale, sul limitare della foresta rossa, un ponte, piazzato da un raffinato sceneggiatore, conduce alla città fantasma di Prypiat.
Qui ogni cosa ha smesso di funzionare, di essere ciò per cui è stata costruita. La piscina è una voragine azzurra, i corridoi degli edifici (alcuni vanno attraversati velocemente, dato il pericolo di crollo) sono caverne in cui la luce si fa sempre più fioca fino a rendere difficile fare fotografie prima e riconoscere le forme degli oggetti ammassati poi. Le piazze sono praterie, le tribune dello stadio diventano pareti di roccia su cui si aggrappano piccoli arbusti, la ruota panoramica è lo scheletro di un mostro che tutti, da queste parti, hanno vivo nella memoria.
Anche Daria non è più una guida: è una ragazzina con i ricordi di chi nell’86 era adolescente o già anziana. Qualcosa di strano è successo qui alla memoria collettiva; fatto sta che, mentre ci fa strada per vie che sono adesso sentieri, racconta tanto. A volte i racconti diventano in prima persona e la voce di abbassa. Non è timore nel parlare, è il rispetto di chi sa il peso da dare ai ricordi. Sta dicendo dei sette fratelli che vivevano in stanza con lei, si ferma un attimo. “Very sad”, sussurra. Lo ripete, o è solo il vento fra le foglie, che qui è una creatura parlante.

 

31 Ottobre -Ore 16:30

Silenziosi ai controlli radiometrici in uscita dalla zona di esclusione, percepisco nei compagni di viaggio un po’ di terrore, derivante dalla consapevolezza che, se quella lucetta davanti ai loro occhi diventasse rossa, toccherebbe loro rientrare a casa in mutande, nella migliore delle ipotesi. Daria, giusto per tranquillizzarci un po’, sostiene che i suoi gruppi sono spesso stati sfortunati con i controlli, ma “fidatevi, sento che oggi andrà bene”. Il terrore in me, G. ed S. ha un’origine diversa, più ancestrale e più fondata della fobia nucleare: siamo in terribile ritardo. Abbiamo un volo fra tre ore e, sulla carta, distiamo due ore e quarantacinque minuti dall’aeroporto internazionale di Kiev. Per questo motivo abbandoniamo il resto del gruppo. Un’auto, una renault Clio messa a disposizione dall’agenzia, ci aspetta appena fuori dall’area di esclusione. Andrej il tassista, prende decisamente sul serio la nostra causa e decide di guidare come un criminale, guadagnando quasi un’ora sulla tabella di marcia. Nel traffico di Kiev, scongiurato il rischio di un volo perso, che, nella scala di valori di Andrej è chiaramente più importante di quattro vite umane, l’atmosfera si rilassa. Ridendo, ci indica la targa dell’auto in colonna davanti a noi. Sei lettere in cirillico formano un anagramma che lui traduce “Putin, go penis!”, una sorta di messaggio di vaffanculo alle generazioni presenti che l’universo ha voluto condensare in una targa d’auto.

31 Ottobre – Sera

Di nuovo a Chișinău, di nuovo ospiti del City Park Hotel. Mi accerto che Veronica esista ancora prima di domandare a Sergiu il faccendiere come siano andate le elezioni presidenziali svoltesi nel frattempo in Moldavia. Si andrà al ballottaggio fra due settimane, ma lui è convinto che sarà Dodon, il filo-russo, ad avere la meglio. Lui, lapidario, esprime il concetto in una sola parola: Putin. Andrà effettivamente così, e la Moldavia è adesso il nuovo paese cuscinetto in questo rinnovato assetto da guerra fredda di cui fatico ancora a individuare i protagonisti e la posta in gioco.

Al tavolo accanto al nostro (tre pizze, due birre e la coca-cola dell’astemio S. per l’equivalente di 13 euro) tre ragazze parlano inglese con un accento da straniere. Si direbbero studentesse erasmus che hanno sbagliato a compilare il modulo di domanda. Una di loro sembra italiana. Italiani sono certamente i due dentisti di mezza età al nostro fianco. A quanto pare appartengono ad una categoria lavorativa ed anagrafica che da queste parti ha trovato la sua, oscura, America. Si lamentano di come il mondo stia cambiando e con esso anche il paradiso moldavo.
“Dovevate venire sei anni fa”, ci avverte uno dei due, “era tutto meglio. Adesso si fanno pure corteggiare, capito?”
Continua l’altro “Devi persino parlare con loro prima, se vuoi scopartele!”

Tutto è chiaro. Il vero problema è che non ho ancora strappato il mio passaporto italiano.

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