VIAGGIO AL TERMINE DELLE COSE – PARTE Seconda

La Transnistria non esiste!

 

29 Ottobre – Mattina

Il primo è un Pope. Abito nero e grossa croce dorata, i suoi occhi assaporano già il riposo del viaggio, ma sotto la sua barba le labbra non smettono di salmodiare in silenzio. Ci sediamo in fondo al minibus, come alla gita di terza media, appena dietro una massa di capelli biondissimi e liscissimi. Accanto a noi, un’anziana si fa piccola piccola dentro il suo Moncler. A fianco dell’autista due donne, mamma e figlia o viceversa, difficile a dirsi. Alcuni sono diretti a Bender, la maggior parte di noi va verso Tiraspol, ufficialmente capitale di nulla, ufficialmente in Moldavia, de facto capitale della Repubblica di Transnistria, una striscia di terra al di là del fiume Dnestr saldamente aggrappata al confine con l’Ucraina. Qui Moncler —non è l’unica — ha una buona fetta della sua produzione: manodopera a bassissimo costo, nessuna regolamentazione sul maltrattamento delle oche e tutti gli altri privilegi di lavorare in una bolla d’illegalità, un buco nero dove tutto ciò che entra smette d’avere regole. In cambio degli affari propri, lasciano in zona qualche soldino (lo stretto necessario per alcuni, un po’ di più per altri) e un paio di giubbotti dentro cui appallottolarsi in fondo a un minibus al primo freddo forte di Ottobre.
La strada che da Chișinău va verso l’Ucraina, dritta e ben asfaltata, racconta una storia diversa da quella di ieri. Non si può fare a meno di pensare a quali siano le amicizie che valga la pena di curare. In meno di due ore ci troviamo fermi al confine, quello che non esiste e per questo è più sentito di ogni altro. D’ora in avanti non possiamo permetterci di scherzare con il loro prendersi sul serio: se ti scoprono a fare foto al posto di frontiera c’è l’arresto. Non ci sono rappresentanze diplomatiche italiane in Transnistria e ogni stupidaggine rischia di diventare un affare fra stati (uno dei quali non esiste). La polizia di qua lo sa e la stupidaggine se la inventano loro per estorcerti una tangente, è uno dei piccoli affari della terra di nessun dio. Lascio la macchina fotografica ben nascosta nel minibus mentre scendo per le formalità di ingresso. Ripassiamo il copione di una sola parola: a domanda rispondere sicuri. Non dire tourism, non ci crederebbero, né lasciare il sospetto di voler stare là dentro più di poche ore. Transit, bisogna dire, “siamo solo di passaggio verso Odessa, e il vostro stato ci è finito in mezzo…”
Con il foglio di transito possiamo stare in Transnistria al massimo per dieci ore. Non che non bastino, ma si sente il peso del conto alla rovescia. Se fai scadere il tempo hai bisogno di una lettera di invito da parte di un cittadino. Se ti trovano senza, indovina? L’arresto. Ne vale la pena? Domanda di quelle che o già sai la risposta, chiara ed evidente, o potremmo stare a discuterne per ore senza neanche parlare la stessa lingua. È il bello di viaggiare in equilibrio su di un paradosso; noi che sappiamo attraversare l’Europa nel tempo di una cena, che riusciamo a farlo al costo di una cena, ricordiamo cosa si prova di fronte alla guardia, in attesa del via libera per passare una frontiera via terra? È nell’attesa che si stabilisce il tempo dell’andare. Nel nuovo tempo perso scopriamo l’insana nostalgia di quando oggettivamente era peggio, il pensiero un po’ malinconico di aver barattato la nostra natura nomade in cambio di un’enorme casa. Passa qualche secondo di troppo (la malinconia si sta per trasformare in terrore) quando il militare paffuto dall’aria cattiva mi riconsegna il passaporto con dentro un fogliettino da non perdere. Pena? Vabè… sopra c’è scritto in cirillico che mi chiamo Ghighi; ho capito che è questo il mio nome fuori dall’Italia e ho quasi smesso di farci caso, di certo non tornerò là dentro a reclamare le mie consonanti dolci.

 


Riprendiamo il cammino persi in quel pezzettino di carta che per adesso è l’unica prova tangibile del paese che non c’è. Proviamo a leggere il nome ufficiale. Ricominciamo daccapo tre o quattro volte. Si gira l’ammasso di capelli biondi —un momento: è un uomo?— per completarci la parola, fra il divertito e l’infastidito: “Pridnestrovie, è il nome di questo paese”.
Attraversiamo il ponte sul Dnestr, non lontano da un’antica torre di avvistamento, unico monumento transnistriano pre-sovietico. Un po’come le guardie di frontiera, sembra ancora prendere sul serio il suo compito. Non dobbiamo dare nell’occhio, noi stranieri. Manteniamo un profilo basso, almeno fino a che la radio, traditrice, non decide di trasmette Toto Cutugno. È una legge di natura: alla pausa chirurgicamente studiata subito dopo “buongiorno Dio/lo sai che ci sono anch’io” l’italiano, di qualunque estrazione sociale, fede o provenienza, parte a cantare a squrciagola. Siamo fottuti, ma siamo anche degli dei, perché condividiamo il paese con quello che, da qui a Vladivostok passando per UlaanBataar, è IL cantante.
Vagzal-stazione di Tiraspol. L’androgino biondo ferma G. per chiedergli, il cuore in mano, “che cavolo siete venuti a fare qua”? Lo trova davvero incomprensibile. Lo domanda a nome di generazioni che tentano di scappare da lì… “e voi ci venite apposta”?
“È un luogo molto interessante”, tenta l’avvocato.
Il biondo ci pensa un attimo: “I don’t think so”, dice prendendo il viale per il centro città. Noi invece ci fermiamo un attimo al cambio valuta. Dobbiamo fare i conti bene, non possiamo permetterci di comprare troppi Rubli transnistriani— una volta fuori da qui sono soldi del Monopoli— né possiamo permetterci di restare senza un’altra prova dell’esistenza di questo qui lontano da adesso.

30 Ottobre – Tardo pomeriggio – aeroporto di Odessa

Scrivo su questo taccuino dei due giorni appensa trascorsi, della Transnistria e di Odessa, seduto in un’area quasi buia e quasi vuota alle partenze nazionali. L’aeroporto di Odessa è esattamente il vecchio aeroporto di Catania, se Catania fosse stata in Unione Sovietica e se i catanesi avessero avuto una morbosa passione per le brutte tende.
A pochi metri da me, una ragazza bruna mi regala alcuni degli sguardi sognanti più belli di sempre. È impossibile che non stia pensando a un amore. Sta tornando da lui? A volte si gira verso la mia zona d’ombra e sembra mettersi in posa: “Tu con la penna in mano, faresti un ritratto a questo mio breve momento di sogno?” Giusto perché si possa ricordare quanto lontano possa volare una mente felice, quanta forza abbia avuto questo adesso lontano da qui.

Un attimo prima che il nostro volo per Kiev venga chiamato, segno sul taccuino che scrivere qualche riga sulla storia della Transnistria vorrebbe dire fare condensato in pochi anni e in pochi chilometri degli ultimi sessant’anni di storia europea. Ripenso a una immagine del giorno prima, ma di righe ne vengono fuori solo quattro.

Marzo 1992

Tua nonna è nata in Ucraina, dice avvolgendo la coperta al corpicino della sua bimba, perché a qualcuno possa sembrare più grossa di quanto non sia. Io sono nata nella stessa casa, ma era in Moldavia. La verità è che non abbiamo mai smesso di essere russi. Hanno mescolato le carte e casa nostra non era più a casa. Abbiamo preso le armi per tornare dentro —la bambina quasi soffoca nella sua coperta, ma il freddo è cosa peggiore— e ora che anche la nostra Russia si è uccisa, non so cosa difendiamo, ma ne vale la pena.
Cosa facciamo?— chiedono le gote rosse della bimba. Ci stringiamo.

29 Ottobre – Tarda mattina

L’aria surreale salva Tiraspol dalla bruttezza abbandonandola sull’orlo di una “non-bellezza” difficile da inquadrare. È povera, ma non troppo. Di tanto in tanto sembra anzi che qualcuno stia anche bene. Qualunque coppia di opposti mi venga in mente, Tiraspol non è prepotentemente nè questo nè quello. È un fantasma vivo che gira fra i parchi dimenticati e i vialoni con poca gente. Il palazzo del Soviet qui funziona ancora come da nessuna altra parte del mondo. Per farla breve, l’Unione Sovietica è caduta ma l’armata rossa, da questa striscia di terra piena di russi per sbaglio finita in Moldavia non se ne è mai andata. Così, ironia della storia, questo stato, che a fine anni ‘80 si era ritrovato fuori dall’URSS e che nel ‘92, dopo una breve guerra contro Chișinău, si è autoproclamato indipendente, adesso è l’ultimo pezzo di URSS rimasto in piedi. Tutto ciò peggiora la sensazione di “fuori dal tempo, fuori dalla geografia, fuori dalle umane regole” fino a farti credere che il fogliettino che conservi dentro il passaporto sia la sola cosa che ti tiene legato all’esistenza. Istintivamente ti ritrovi a controllare di continuo lo spessore della tasca destinata ai documenti. E altrettanto d’istinto continui a raccogliere prove. I francobolli, ad esempio. Entriamo in un ufficio postale per comprarne alcuni e ci rincuora scoprire che anche in questo buco nero certe leggi assodate non smettono di valere: in qualunque ufficio postale al mondo, ad esempio, ci sarà sempre una vecchia incredibilmente lenta davanti a te allo sportello!

 

Un’altra prova è il Kvit, un distillato, autoproclamatosi Cognac (è un vizio) che producono soltanto qui e che, al di fuori della Transnistria, è praticamente sconosciuto… ci sarà un motivo. Per 220 Rubli — circa 15 euro— compriamo otto bottigliette pregiatissime (la più vecchia ha 33 anni). Faranno una fine orribile, sicché non conoscerò mai il sapore del Kvit, io…
C’è un particolare di Tiraspol che la rende un film alla Tarantino, di quelli spudoratamente “B” che ammiccano ai fumettacci anni ‘70. È un simbolo, un logo, potresti non farci caso mai coscientemente, ma ti entrerebbe comunque in un angolo della memoria e, una volta lasciata la Transnistria, non appena inizierai a dubitare di esserci mai stato, ti domanderai cosa fosse quella stella a cinque punte stile far west; ovunque ti trovassi, la tua visuale ne inglobava almeno una. Sotto la stella la scritta in cirillico era facile da tradurre: “Sheriff”, lo sceriffo. Sarebbe solo il marchio (pacchiano) di una società di commercio fondata da due ex agenti segreti durante la guerra per l’indipendenza della Transistria, in principio. In realtà si tratta di un uomo, lo sceriffo del paese: si chiama Igor’ Nikolaevič Smirnov, ex presidente della Transnistria, che ufficialmente non ricopre alcun ruolo all’interno dell’azienda. Ma credo sia chiaro che da queste parte degli “ufficialmente” non sanno proprio che farsene. Dal commercio, la Sheriff, si ramifica e, a macchia di petrolio (che controlla), invade l’edilizia, le telecomunicazioni, il calcio. Per legge è l’unica società che possa occuparsi di importazioni ed esportazioni da e verso la Repubblica di Transnistria. È una pompa di denaro che funziona connettendo i due estremi del buco nero socio-temporale, riversa dentro piccoli tumori di presente— ce ne accorgiamo entrando per pranzare in uno dei centri commerciali dello sceriffo— ricevendo da fuori l’energia per mantenere il paese nel suo stato di sospensione. In mezzo, la vera essenza del buco nero: riciclaggio di denaro, commerci illegali fra i due lati dell’Eurasia e la più grande piazza di traffico d’armi di Europa. Da dentro non te ne accorgi, non te ne accorgi da fuori, ma la Transnistria è solo un neo, lo scotto da pagare per un commercio ben oleato che fa comodo a quasi tutti. E’ bene che la Transnistria non esista.

29 Ottobre – Pomeriggio

In fondo al viale 25 Ottobre, dove un’ansa del Dnestr arriva a toccare il centro città, sorge la piccola cappella di San Giorgio, dalla cupoletta dorata e appuntita come un missile. A difendere la sua solitudine un carro armato russo, divenuto monumento all’indipendenza unilaterale. La bocca del suo cannone punta in direzione della Moldavia, ovviamente, e del piccolo cimitero che raccoglie le spoglie dei caduti del ‘92. Attorno al tank una confusa fila di neo-sposi, con relativo nugolo di invitati alle nozze, già alticci, attende il turno per una foto ricordo davanti al monumento (una vera lezione di buon gusto). Più in là, fra le file di lapidi, un bambino ride divertito, mentre la madre — avrà la mia età — sorride guardandolo giocare, ferma con la mano posata su una delle pietre. Potrebbe essere il padre di lei, penso, o addirittura il fratello maggiore a riposare laggiù. Parliamo di venticinque anni fa. Me lo concedo: sono giovane e fortunato, di rado mi è capitato di trovarmi così vicino a una guerra. Non ho ricordi, e ne sono felice, penso perdendomi nella coda bionda di quella giovane madre. Immagino i suoi ricordi, da bambina. L’immagine è quella di sua madre, mentre le stringe una coperta addosso e prova a spiegarle il motivo di una cosa che nemmeno lei capisce.

 

Iniziamo a perdere anche noi la velocità del tempo, così ci rendiamo tardi che è pericolosamente tardi. Ci ritroviamo a percorrere la città al contrario di corsa, per non perdere l’ultimo minibus che da Chișinău porta a Odessa, in Ucraina. Il foglietto che abbiamo in tasca —controllo, c’è!— dice che non possiamo perderlo. Arriviamo giusto in tempo per vedere il bus fermarsi davanti alla stazione; io ho guadagnato un fiatone che tradisce i miei trascorsi da maratoneta e una tendinite che mi farà compagnia per una settimana e ho quasi perso l’obiettivo della reflex in una colluttazione con un semaforo.
Prima di ripartire il minibus fa pochi minuti di pausa. Scende un italiano, un barese che viaggia da solo. Ci identifica a distanza e ci chiede dove sia finito.
“Transnistria? Esiste?” — Chiede davvero così.

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