VIAGGIO AL TERMINE DELLE COSE – PARTE TERZA

Odessa è una pausa

 

E noi che la felicità la pensiamo
in ascesa, sentiremmo la commozione,
che quasi ci atterra sgomenti,
per una cosa felice che cade.

Il Duca di Richelieu guarda verso il mar Nero. Sarà che è sera, ma è nero davvero, pensa. Da duecento anni la statua che lo raffigura dà le spalle alla città che lui stesso ha ricostruito prima e poi governato. La difende magari, dalla cima di una delle scalinate più famose al mondo, quella della corazzata Potemkin; perché di qualunque cosa ribolliscano le tenebre oltre il molo, dove il mare si fa color del suo nome, non turbino i sogni molli e decaduti di questa città, idea perfetta di Caterina la Grande, che la volle a immagine di un suo pensiero. Non poteva che essere la creatura di una famme fatale, Odessa. Dal mar Nero arriva solo una pioggia immateriale che vela il bronzo della statua, i cappotti degli anziani, le trame leggere dei vestitini delle ragazze, i loro volti belli, le loro labbra, la mia bocca. È una pioggia salata.

 

29 Ottobre – Sera

Il ristorante Bernardazzi porta il nome dell’architetto che progettò la Filarmonica di Odessa, di cui il locale occupa il foyer. Passa per essere uno dei migliori della città (un lusso che in Ucraina puoi permetterti per circa venticinque euro), lo dimostrano i tavoli per due, con uomini di mezza età che sfoderano stile post-sovietico e teste quasi lucide, con le loro compagne, di una giovinezza fuori luogo, da coprire con imbarazzo dietro uno strato di trucco. Uno schema che si ripete uguale fino in fondo alla sala, dove una pianista dal vestito lungo spaccato sulla gamba offerta allo spettatore sta attenta ad eseguire brani che ogni commensale possa aver sentito almeno una volta, anche per errore. Constantin, cameriere responsabile del nostro imbarazzo, finisce di versare le ultime gocce della bottiglia di vino georgiano. Le mandiamo giù, ma non è per questo che il tavolo di ragazze all’angolo opposto del locale sembra la cosa più bella che possa esistere. Le loro risate arrivano fino a noi senza sovrapporsi alla voce del pianoforte e senza farsi mangiare dalle bocche larghe dei pelati ricchi; sono voci di un altro mondo e per questo mondo sono una rivoluzione.
Usciamo dal locale quasi in contemporanea: una di loro indossa un vestito verde di cui, questa volta è colpa del vino georgiano, ricordo di aver pensato dovesse essere qualcosa come…è il vino, infatti non lo ricordo più. Il concetto è il suo essere perfetta nella sua maschera, e il mio uscire da un locale di lusso praticamente sponsorizzato da Decathlon…
Si allontanano giù per una stradina lucida che, persa nella nebbia, giureresti che va lontano, fino in fondo al mar Nero. Pochi istanti e anche le loro risate si perdono, lasciandoci in compagnia di questa città della stessa bellezza delle sue donne: sai che è povera, lo riconosci anche nei dettagli di certe crepe, eppure abbaglia e spazza via tutto, come il vento che porta addosso qualche goccia di mare. La vedi di una eleganza colpevole di non essere di questo tempo e per questo si nasconde dietro la porta di uno strip club o coperta dal baccano delle risse fra giovani ubriachi. La luce dei lampioni è timida, quasi rossa; fa capolino da dietro gelosie di foglie gialle, si scompone e fa vibrare le pietre bagnate del marciapiede.

 

30 Ottobre

Mi muovo su viali vecchi due secoli calpestando un tappeto di foglie che piovono giù da un cielo d’oro pochi metri sopra le facce che mi vengono incontro o si allontanano da me. Supero la cattedrale, il mercato delle pulci, l’Opera, fino alla scalinata Potemkin, che dal viale Prymorskyi scende verso i moli. E’ in ristrutturazione, ma ciò non impedisce a me, G. Ed S. di rendere omaggio al maestro Ejzentein, che la rese celebre nel mondo, rivivendo le scene salienti del… secondo tragico Fantozzi, che rese infelicemente celebre il maestro Ejzentein in Italia. E se la vista di quella che non è altro che una scalinata spoglia, di quelle che potremmo percorrere nei giardini pubblici di mezzo mondo, ci porterebbe facilmente a formulare lo stesso giudizio che il ragionier Fantozzi ebbe per la Corazzata Potemkin, fermiamoci un gradino prima, pensiamo alla potenza del simbolo come anima di ogni cosa: togli Ejzenstein, e restano dei gradini. Ma, qui sta la potenza: l’anima non la togli di mezzo tanto facilmente.

Passato l’incrocio con Katerinska, il viale Prymorskyi smette di essere un’arteria cittadina, si maschera da bosco, un’arcadia sul mar Nero un po’ rinsecchita dalla salsedine, ingiallita dal vento dell’est, in cui coppie di innamorati vanno a rubarsi qualche bacio e qualche altra creatura va a ritrovarsi, nascondendosi dagli occhi del mondo. Defilato, un Eros di pietra ricorda di quella foglia che, cadendo, si era fatta carezza e su un angolo della sua bocca spunta un sorriso, di quelli che la malinconia ci scolpisce quando pensiamo all’ultima carezza. Quanto sono brave le statue ad imitarci…
Allo scoprire di quel sorriso mi rendo conto che sorrido anche io, pensando che certi luoghi vadano vissuti nel momento giusto, che non sempre diremmo “felice”, perché felice non è o perché tale non lo riconosciamo.

 

Ai giardini cittadini (che in realtà sono una piazza con aiuole) la gente sembra divertirsi del loro essere ognuno nel suo mondo, casualmente nello stesso luogo: una bambina fissa da un’altalena di orgoglio e preoccupazione il suo palloncino arancione, una giovane donna seduta su una panchina aspetta, non necessariamente qualcuno o qualcosa. Non lontano, un giovane Dostoevskij la spia e trova l’inspirazione per le notti bianche. Due ragazzine inventano passi di danza, altre due ascoltano, rapite, un violinista. E’ uno di quelli che suonano i Nirvana su una base karaoke, ma di quel momento mi resta una fotografia, senza audio, e sono disposto a giurare, sulla bellezza di Odessa, che fosse la più bella serenata di Schubert, e che loro, ascoltandola per la prima volta, se ne stessero innamorando.

 

 

Attendiamo invano che il filobus numero 14 passi per condurci all’aeroporto. Dalla fermata, non lontana dall’hotel, sporgiamo il naso verso Frantsus’ky Bulevar ogni volta che un rombo più cupo degli altri promette l’arrivo del nostro trasporto. Niente. Ognuno inganna il tempo come può. S. intrattiene una amabile conversazione con una anziana signora. Lui le chiede, in italiano, se il 14 è già passato, quale autobus stia aspettando, dove va di bello. Lei risponde in ucraino. Dalla risposta è chiaro che non si stia limitando a dire “non capisco, mi dispiace” o “non capisco, cretino!”; credo stia rispondendo alla domanda che da chissà quanto tempo voleva che le venisse posta. Così S. Ribatte e la donna risponde di nuovo.
Io mi limito a passare tempo con una rassegna di gesti ossessivi: sollevo le spalline dello zaino, controllo l’orologio, spazzo via le foglie da davanti i miei piedi. Se mai dovessi raccontare delle mie ventiquattro ore a Odessa “foglie” sarebbe la parola che più spesso ricorrerebbe. Mi abbasso e, come si faceva da ragazzini, ne prendo una come promemoria: che io un giorno, levato un canto di giubilo al consenso degli angeli, iniziassi a dubitare di esserci mai stato, mi basterà aprire un vecchio taccuino dalla copertina azzurra all’altezza di un segnalibro marrone, rinsecchito e sfibrato.
A meno di non cercare su Google “come conservare una foglia”.
G. Scatta verso l’incrocio. Ha fermato un taxi.

30 Ottobre – Tardo pomeriggio – aeroporto di Odessa

L’aeroporto di Odessa è esattamente il vecchio aeroporto di Catania, se Catania fosse stata in Unione Sovietica e se i catanesi avessero avuto una morbosa passione per le brutte tende…
Gli imbarchi nazionali (a rigore si tratta di un solo imbarco) sono al primo piano. Siamo gli unici ai controlli ciononostante, o forse in ragione di questo dacché la noia diventa spesso motivo di scrupolosità, non abbiamo vita facile. A pagarne le conseguenze sono le nostre bottigliette di Kvat, il “cognac transnistriano”. Sembra che, nonostante siano abbastanza piccole per l’imbarco, la legge vieti di portare alcolici a bordo o, a farla intransitiva, consenta al personale ai controlli di tenere per sé l’alcool dei passeggeri. Con un po’di tristezza in cuore mi vedo portar via quattro piccole prove liquide dell’esistenza della Transnistria. G. invece non si dà per vinto: domanda alla guardia “can I drink?”, ma le sue parole risuonano più come un grido di battaglia e in pochi secondi manda giù la bottiglietta più pregiata, quella invecchiata 33 anni.

Il volo interno da Odessa a Kiev è operato da un mitico Antonov. Cos’è la sensazione che provo? Non è tanto il fatto di volare su un aeroplanino a elica. Anzi, ogni volta che ne prendo uno non posso fare a meno di sentirmi sulla punta della linea rossa su una vecchia mappa in dissolvenza nei film di Indiana Jones. Non è assolutamente per via di Alina, hostess solitaria dai modi materni e un fisico da complesso di Edipo. Neanche il fatto di essere su un attrezzo di orgogliosa fabbricazione sovietica. E’ quando, a tre quarti del volo, senti distintamente il pilota suonare il clacson che pensi che, forse, la minchiata l’hai fatta.

30 Ottobre – Sera – Kiev

La corsa dall’aeroporto al centro su un minibus che non appartiene a questo tempo costa l’equivalente di quattordici centesimi. Altrettanto per la metropolitana, profonda fino all’inferno come è norma in questo angolo del mondo, da cui riemergiamo a Maidan, l’enorme piazza centrale, mentre una pioggia fine rende ancora una volta lucida ogni cosa. Per questa volta Kiev sarà solo il luogo del nostro giaciglio sicché ogni ricordo che avrò di questa città sarà al buio, sotto la pioggia che fa rintanare tutti dentro case e locali e addormenta ogni strada nel silenzio di un “tic tic tic”.

Su Maidan solo gli schiamazzi di un gruppo di ragazzi mascherati per Halloween (spero) che si inseguono brandendo una motosega dall’aria pericolosamente vera. Il grande centro commerciale che si sviluppa come una miniera sotto la piazza ha da poco chiuso e alcune coppie hanno trovato riparo nell’unico bar aperto in quest’angolo della piazza. Pochi istanti e anche le voci dei ragazzi si allontanano, lasciando al silenzio il dubbio che possa essere davvero questo il teatro di una delle più recenti tragedie. Può essere mai questo tranquillo respiro della città la stessa Maidan che neanche tre anni fa ha visto morire 75 persone che manifestavano per un paese diverso? Poco più in là, in cima alla strada che da dietro lo storico hotel Kozatskiy si allontana da Maidan, anche le campane del monastero di San Michele, che hanno suonato ogni volta che la città è stata in pericolo, sono in silenzio. Non si curano della pioggia che ora si fa più forte, della coppia che, sorpresa dall’acqua, si chiude sotto l’ombrello in un unico essere in corsa, di questi tre stranieri che adesso non cercano altro che un letto e sembrano non avere altra preoccupazione se non che il cognac vecchio come Gesù Cristo torni nella notte a esigere il suo tributo.

 

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